Casa do Menor: successo della giornata di condivisione internazionale nelle Langhe

ottobre 17, 2017 by

Domenica 15 ottobre 2017 presso l’agriturismo Bricco Rosso di Farigliano, con la presenza di Padre Renato Chiera, si è tenuta “La prima giornata di condivisione per la famiglia internazionale di Casa do Menor” con il tema: Siamo famiglia per dare famiglia a chi non è amato da nessuno.

Padre Renato ha presentato alcune linee della pedagogia Presença o pedagogia dei non amati e ha approfondito la spiritualità e la mistica che sostiene la Casa do Menor da oramai 31 anni.

E’ la prima volta che si realizza un incontro a livello internazionale con tanti gruppi e amici che accompagnano, amano e sostengono la Casa do Menor.

Erano presenti numerosi rappresentanti della Germania (Dieburg, Illerkirchberg, Darmstadt), di Monaco, del Brasile, del Marocco, dell’Italia (Bologna, Latina, Mathi, vari paesi della provincia Granda) e delle diocesi di Cuneo, Fossano e Mondovì.

Spiccava la presenza dei giovani, molti dei quali hanno già fatto l’esperienza in Brasile con il progetto Educazione alla Mondialità, proposto ogni anno dalla Casa do Menor. L’associazione L’Aquilone di Farigliano merita un plauso speciale per il supporto all’evento.

La messa, animata da canti e preghiere in diverse lingue, concelebrata da Don Renato e Don Giorgio (parroco di Farigliano), sul piazzale dello splendido Bricco Rosso, in un paesaggio colorato dall’autunno, è stata il momento forte per creare un clima di vera famiglia tra popoli differenti, uniti attorno alla causa di riscatto dei non amati.

Molti dei presenti hanno aderito all’impegno di essere membri della Familia Casa do Menor come ambasciatori della vita anche là dove ognuno di loro vive.

Il buffet equosolidale, preparato dalla Cooperativa Sociale Colibrì, è stato un momento di profonda condivisione e di conoscenza tra volontari e amici, giovani e meno, che ancora non si conoscevano.

E’ stato un incontro che ha mostrato che la solidarietà non è ancora morta in Europa e che è possibile costruire ponti e sentirsi forti insieme per il sogno dell’unità tra i popoli.

Tutti hanno lasciato quest’oasi di pace, con il proposito di continuare questa bella esperienza che verrà riproposta fra due anni.

Casa do Menor

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Brasile: prima, mentre e dopo!

settembre 2, 2017 by

Vi siete mai chiesti cosa pensano i ragazzi del progetto di volontariato in Brasile? Quali sono le loro paure, le gioie o i pensieri prima di partire e dopo essere tornati? Se è così, oggi avrete l’opportunità di scoprire una parte di loro, ancora fragile e calda. Gli abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda, proprio con lo scopo di capire il perché di questo progetto, qual’è l’importanza di vedere con i propri occhi il Brasile e soprattutto, cosa ti segna e perché.

Hai vissuto un mese in Brasile vedendo i due volti di questo paese, è come te lo aspettavi? Cosa ti ha colpito di più?

Il Brasile ha davvero due facce. Per quanto uno prima possa informarsi, prepararsi, provare ad immaginare e creare aspettative, rimarrà sempre sorprendentemente sconcertato dal panorama che la realtà brasiliana offre. È davvero incredibile osservare come bello e brutto, nuovo e ricco, vecchio e povero si intreccino e si fondano, indifferenti agli svariati tentativi da parte della società di cercare un distacco là dove ormai è impossibile. E nel loro più stonante contrasto diventano un tutt’uno di palazzoni alti, monocromatici e ammassi di variopinte favelas che cercano uno spazio vitale tra di esse: questa è Rio de Janeiro. Dietro le spiagge più famose del mondo si nascondono gli abitanti della strada, sporchi e maleodoranti, nel cuore di Rio due carri armati e l’esercito completano l’immagine degli archi della Lapa, un bambino scalzo e vestito di stracci fa volare un aquilone sul tetto della sua baracca mentre dietro di lui i palazzi fanno a gara per toccare il cielo. Il narcotrafficante che difende con le armi il suo piccolo regno non si può notare nella vista mozzafiato di Rio che il Pan di Zucchero offre; il popolo della crackolandia, vagabondo e senza più parvenze umane non è captato dagli obbiettivi degli affannati turisti che dal Cristo Redentore cercano di fotografare ogni cosa. Il bello pretende di nascondere il brutto ma non ne cancella l’esistenza. La società non vuole vedere e quando questo succede essa cade nell’indifferenza più totale. Queste cose non si riescono ad immaginare dall’Italia, sono più grandi di ogni aspettativa e lasciano in silenzio, con tanti pensieri, tante domande e poche risposte.

Qual è la cosa che più ti manca di quest’esperienza?

La povera cittadina di Miguel Couto con le sue strade polverose e piene di dossi, i banani in ogni ritaglio di terra e le palme da cocco che si stagliano in cielo mostrandoci fiere i propri frutti, i carretti trainati dai cavalli e le mototaxi rombanti; la gente che ci osserva curiosa e qualche volta accenna ad un timido saluto. Mi mancano i tramonti brasiliani con i loro innumerevoli aquiloni colorati e la Pousada, anche se senza lavatrice e a volte senz’acqua.

Mi mancano i ragazzi dei corsi che ci salutano sorridenti e Lucia che canta il suo pezzo forte: “Aparecida”. Girare in pulmino con Padre Renato che ci racconta delle sue avventure. La presenza assidua, allegra e speciale dei miei compagni di viaggio. Dopo aver condiviso qualsiasi cosa con loro, dopo essermi abituata, senza troppe difficoltà, ad avere sempre qualcuno intorno, la compagnia e il supporto delle persone che ho conosciuto in questo mese, mi mancano molto. Mancano soprattutto in questo momento, a quasi una settimana dal rientro, in cui so che ci sono delle persone che stanno provando delle sensazioni e delle emozioni simili alle mie e con le quali vorrei condividere le difficoltà che il ritorno alla vita di tutti i giorni comporta.

Un’altra cosa che mi manca nella stessa misura è lo stare con i bambini e i ragazzi che abbiamo incontrato. Mi hanno regalato e insegnato molto e la loro assenza crea un piccolo grande vuoto dentro di me, che riempio ripensando alle giornate trascorse insieme e ai loro sorrisi… quelli si che riempiono!

Mi manca la vita brasiliana e quella speciale sensazione di felicità e di star bene che ogni giorno ti avvolge.

Proporresti quest’esperienza ad altri?

Sì, la proporrei ad altri perché vorrei che tutti capissero davvero cosa c’è oltre questo mondo. Perché là sembra di essere proprio in un altro mondo e per quanto uno possa raccontarlo, viverlo è completamente diverso…

Sono convinta che essa sia stata per me ottima occasione di crescita personale, modo diverso di imparare a conoscere meglio me stessa e l’altro, possibilità di apprendere a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, con il cuore e con maggior consapevolezza. Penso che a noi giovani di oggi faccia davvero bene una botta di vita così forte e una dose amplificata di emozioni. Abbiamo bisogno di scrollarci di dosso quel pigro e comodo vivacchiare e iniziare a ridimensionare i nostri stili di vita, cercando di rivalutarne alcuni aspetti e capire cosa davvero è essenziale e cosa invece non lo è affatto. Questa esperienza mi ha fatto bene al cuore. Torno con più voglia di fare, di vivere, di sognare. Vorrei che tutti potessero provare questa sensazione almeno una volta nella vita.

Questo progetto pensi ti abbia in qualche modo cambiato?

Questo mese mi ha cambiato e mi sta ancora cambiando. Durante questi giorni brasiliani ho avuto modo di vedere, provare, sentire molto. Ogni momento trascorso ha lasciato dentro di me tanti semi che pian piano sento che stanno maturando. Sono stata “spugna”, ho assorbito quanto più potevo. Ora tocca a me elaborare e far sì che tutto questo possa dare i migliori frutti sia nella mia vita che in quella degli altri ed essere vero cambiamento. Grazie al Brasile, ai brasiliani, ai bambini e a Padre Renato ho riscoperto l’importanza delle relazioni. Molto spesso qui in Italia vengono messe da parte per fare spazio ad altro. Ma cosa può valere di più di un abbraccio fatto con il cuore? Di un sorriso vero che ti faccia sentire Bene? Di un saluto allegro fatto di prima mattina o di un grazie autentico?

Pensi che quest’esperienza sia d’aiuto per fare volontariato in Italia?

Le persone che ho incontrato, quelle che, come Padre Renato, ci hanno accompagnato in questa esperienza, le cose che ho visto, hanno acceso in me una voglia di fare incredibile. La sofferenza, la povertà, il male presenti in Brasile ci sono anche a un passo da casa nostra, certo, in quelle zone tutto è amplificato e portato agli estremi, ma anche qui ci sono moltissime situazioni che per certi versi sono simili a quelle brasiliane e necessitano di intervento e aiuto. Si può dare e ricevere tanto anche facendo poco, cambiando delle piccole cose nella propria vita quotidiana. Non ci viene chiesto di essere dei supereroi, ma semplicemente uomini. Si possono cambiare le cose partendo con il cambiare il proprio atteggiamento, ad esempio, regalando qualche sorriso in più, fermandosi a parlare con uno sconosciuto, aiutando per strada chi è in difficoltà, informandosi sulle cose che accadono, comunicando, ascoltando, amando.

 

 

Bom dia garotos! Eccoci qua: finalmente siamo in Brasile! È incredibile il modo in cui, giorno dopo giorno, ci stiamo calando sempre più in questa colorata e sconvolgente realtà. Siamo davvero in Brasile, sembra pazzesco anche solo il pensarlo. Le nostre giornate non vengono misurate in ore, ma in battiti al minuto. Ogni momento è costellato da un milione di emozioni che sommergono e riscaldano l’anima. Questa settimana abbiamo iniziato ad andare nelle case e a stare con i ragazzi. Non esiste la noia con i bambini del Brasile, perché ogni giorno è Scoperta: per loro, ma soprattutto per noi! Riescono a stupirci con gesti semplici, ma preziosi. La lingua non è affatto un ostacolo, perché la voglia di condividere e giocare insieme è talmente grande da permetterci di superare qualsiasi difficoltà. Quando la sera torniamo lungo le strade di Miguel Couto, la luce del tramonto ci vede stanchi e silenziosi, ma con gli occhi Pieni. La giornata si conclude con un momento di tranquillità che diventa l’occasione perfetta in cui ognuno può condividere le sensazioni e le difficoltà che ha incontrato. Il suono della chitarra, il tè che scalda le mani, le scale blu che portano alla pousada, le luci delle favelas sulle colline… è già Casa! Abbracci e Risate riecheggiano nell’aria e noi ci addormentiamo esausti, ma pienamente Felici! I ragazzi della pousada accanto

agosto 8, 2017 by

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Idee, pensieri e impressioni pre-esperienza. Il gruppo di volontari in partenza per Miguel Couto si racconta

luglio 23, 2017 by

E così ci siamo quasi: manca un giorno e domani partiremo! Non riesco ancora bene a realizzare la cosa.. è da così tanto tempo che aspetto questo momento (2 anni!) che ora non mi sembra quasi reale. Ammetto che un po’ di ansia c’è: un mese via, in un posto totalmente nuovo, insieme a persone con cui mi trovo benissimo ma con le quali non ho mai convissuto per più di tre giorni… sarò capace? Saprò stare con i bambini? Saprò “essere all’altezza” delle situazioni? E soprattutto, sarò capace di assorbire ogni luogo, sguardo, situazione, suono, e tornare a casa più consapevole, con un nuovo sguardo sulle persone e sulla vita in generale? Chissà. Intanto mi butto, con la grande voglia di affrontare queste esperienza!
Buon viaggio, Martina!

Martina Osenda

 

Ho paura, non vedo l’ora, sono agitata, felice, confusa, elettrizzata piena di emozioni anche contraddittorie che non saprei bene come definire.  Mi aspetto tanto, non so cosa ma so che sarà tanto. Lo ammetto, sono spaventata da ciò che mi aspetta, da questo viaggio che è sempre stato lontano e ora è spaventosamente vicino. Sono pronta? Non lo so ma voglio partire, conoscere, aprirmi, vedere i miei compagni di viaggio, che ormai sono amici fidati, conoscere gente nuova, ridere, ballare, cantare.

Sara Govone

 

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Mancano pochi giorni, e si parte.
Si parte verso quella che per me sarà l’esperienza che confermerà o meno il progetto che sento di avere per il mio futuro.
Mille emozioni circolano nel corpo, un piede è già sull’aereo e il cuore pulsa all’impazzata impaziente di donare quello che ha, quello che può.
È difficile spiegare come ci si sente, è difficile sentire dentro questa “chiamata” verso questo progetto, poiché è un dono, un dono così grande difficile da gestire, ma infinitamente bello.
Immensa è la curiosità, di vedere, sentire i profumi di quei posti, vedere gli occhi di quella realtà così diversa da quella di cui ogni giorno noi possiamo godere, e spesso non apprezziamo fino in fondo.
Questa esperienza per me è un bisogno, donare tutto l’amore che ho dentro il cuore non è per orgoglio ma un grande immenso bisogno. E con Casa Do Menor e la formazione, sono riuscita a focalizzare il mio posto nel mondo, ora si lavora per concretizzarlo.
Il mix di emozioni è forte, e si, voglio vivere la gioia!

Giulia Dutto

40 anni in Brasile, 50 di sacerdozio e 75 candeline: il lungo cammino di Padre Renato nelle periferie geografiche e esistenziali

luglio 21, 2017 by

Sono ritornato in Brasile per celebrare il 2 luglio 2017, 50 anni di servizio missionario, di cui 40 in Brasile e il 21 luglio 75 anni di vita.

Mi aspettavano i miei meninos con cui ho vissuto e vivo da oltre 30 anni. Anche le 19 comunità nate nella Parrocchia di Miguel Couto hanno voluto celebrare con me una storia che è stata scritta e costruita insieme. Non poteva mancare la Parrocchia di Santa Rita, Cruzeiro do Sul, Dove ho iniziato i miei primi anni di servizio sacerdotale in Brasile, e dove ho avuto la gioia di celebrare là anche i 50 anni della parrocchia. È proprio qui che si sono succeduti molti sacerdoti fidei donum della Diocesi di Mondovì. Ogni incontro è stato la festa di un popolo che commemorava una storia di salvezza scritta e costruita insieme. Ho il cuore colmo di emozioni, di ricordi e di gratitudine.

Don Corrado Avagnina mi chiede di raccontare quanto sto vivendo in questi giorni, nei tanti incontri con le numerose comunità che hanno accompagnato il mio cammino qui in Brasile.

Rispondo con un po’ di timidezza e solo per mostrare ciò che Dio può operare attraverso ognuno di noi.

Una prima certezza: Dio è fedele alla chiamata che mi ha fatto e non mi ha mai abbandonato anche se io l’ho abbandonato molte volte. Lui mi ama per primo e non desiste.

Una seconda certezza: solo l’amore che ho dato alle persone resta e vale per sempre.

Le persone che ho incontrato sia in Italia che in Brasile, ricordano, come se fosse ieri, soprattutto l’amore che ho dato loro.

Non sono le prediche o le dotte conferenze che li hanno segnati, ma piccoli gesti di amore.

Il nostro popolo è ferito e carente, non si sente amato da nessun, molte volte neppure dalla Chiesa e ha bisogno di sentirsi accolto, visto e abbracciato.

A noi preti la gente perdona tutto, ma non perdona se siamo attaccati ai soldi e soprattutto se trattiamo male le persone.

Mi convinco sempre più che devo essere solo presenza dell’amore di Dio per ogni persona, presenza di misericordia e presenza samaritana che si china su tante ferite.

Gioia e gratitudine: ho provato la gioia nel contemplare ciò che Dio ha fatto attraverso strumenti fragili come me e una gratitudine immensa vivendo ciò che Dio ha realizzato con un popolo e comunità povere, semplici, ma piene di fede. È proprio vero: sono solo una penna nelle mani di un grande scrittore.

In questi giorni, questo mio popolo e i miei ragazzi, hanno capito che sono stati molto amati da Dio che ha mandato tanta provvidenza per costruire molte comunità e svariati centri per accogliere figli del Brasile non amati. È stato un fiume di amore quello che mi ha travolto, Dio non ha abbandonato questo popolo, abbandonato invece quasi da tutti.

Quando sentivo lodi e ringraziamenti alla mia persona provavo gioia, ma anche un certo malessere. Mi conosco e so che sono peccatore e le lodi non sono per me, ma per chi opera meraviglie sul mio niente. Mi veniva voglia di cantare il Magnificat. Dio mi stupisce sempre nel suo modo di operare nonostante le nostre fragilità.

Gioia della mia chiamata: ho sentito in modo profondo la bellezza della mia vocazione di prete, prima in diocesi e poi in strada, nelle periferie geografiche ed esistenziali, tra un popolo ferito, poi tra bambini e ragazzi non amati da nessuno. È un vero privilegio essere chiamati a essere presenza accanto a chi nessuno vuole e a chi non ha niente da darti in cambio se non un sorriso.

Fecondità e paternità: ho provato e provo la fecondità della vita quando è donata e provo la concreta sensazione di una vera paternità. Papai Renato, mi chiamano in molti e non sono solo i bambini, stringendomi in un abbraccio che dice tutto.

Perseveranza: ringrazio Dio per la grazia che mi ha dato di perseverare e non mollare nonostante tante difficoltà, minacce e situazioni che potrebbero essere state motivo per lasciare tutto e desistere. Dio è fedele e ci fa capaci alla fedeltà.

Il futuro? Non so cosa Dio mi prepari, ma voglio ripetere il mio sì a questo popolo che grida: “Mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato?” e clama per amore, per presenza, per vita e risurrezione. La vita è bella solamente se è donata.

Per tutto e per sempre solo grazie!

Vorrei terminare con un testo che amo molto, che ho scritto nel libro “Meninos de rua” e che sento molto attuale:

“Una notte, ritornando a casa da Rio, contemplo le luci della Baixada scura, anonima, ma piena di vita. Ascolto i suoi rumori strani, simili a grida di dolore. Penso alla sofferenza di tanta gente buona. Improvvisamente una luce. Questo dolore immenso e brutto di una Baixada che soffre è lo stesso Gesù crocifisso che continua gridando il suo abbandono di ieri e di oggi. La notte della Baixada si illumina per me e la sento gravida di Dio e di vita. Le ferite di questo popolo mi sembrano il dolore di un parto. Mi sento a casa in questa terra sanguinante che non considero più maledetta, ma abitata da Dio che vuole risorgere nella volontà di vivere e nella speranza che continua in questo popolo. È proprio questo il mio posto e la mia Chiesa. Ripeto il mio sì all’impegno con i bambini brutti e violenti perché non amati, che hanno bisogno che qualcuno creda in loro e sia presenza che riscatta.”

Un grazie particolare alla Diocesi di Mondovì e ai suoi vescovi che mi hanno sempre voluto bene.

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TESTIMONIANZA DI PADRE RENATO CHIERA SU CHIARA LUBICH, a cura di Carla Cotignoli

giugno 12, 2017 by

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Come e quando ha conosciuto Chiara?

Erano gli anni del post-Concilio (1970), ero già sacerdote. Stavo vivendo una crisi molto forte che toccava la mia vocazione, la mia identità sacerdotale. Ero in ricerca. Era il tempo in cui molti sacerdoti e religiosi abbandonavano il ministero. C’era sete di famiglia, sete di vita, sete di amore. Cercavo tutto questo e non lo trovavo. E proprio in quel momento un sacerdote mi dice: “C’è una cosa che forse risponde a quello che tu vuoi”. C’era un congresso per sacerdoti a Roma promosso da un movimento che non sapevo bene cosa fosse. Sono andato.

Lì ho conosciuto Don Silvano Cola, responsabile della branca sacerdotale dei Focolari. Mi ha segnato moltissimo. Parlavano di Chiara. E’ venuta a questo incontro. La prima impressione che ho avuto e che ho ancora forte: ho visto una donna che “mi dava” Dio, prima ancora di parlare. Mi ha impressionato il suo modo di vestire: era armoniosa, comunicava la bellezza di Dio! Mi ha affascinato questa figura femminile. Era così diversa da come in seminario mi avevano parlato della donna!

Poi, quando ha cominciato a parlare, tra il resto, diceva che dobbiamo amare con il cuore di carne che ha Gesù. Allora posso amare!?! Io cercavo amore, ma in seminario non ci parlavano di amore. Parlavano di preghiera, di mortificazione. Un’altra cosa è stata per me una luce: che noi preti dovevamo essere famiglia. Avere una famiglia era quello che cercavo. Io ne avevo bisogno. Tante volte mi ero sentito soffocato, impedito a vivere questa dimensione. Questa è stata la mia prima grande impressione. Che si è ripetuta ogni anno, quando partecipavo agli incontri a Roma, anche quando nel 1978 sono partito per il Brasile.

Chiara sempre veniva e sempre ci portava in un’altra dimensione. Ho visto in lei una figura mariana. Lì ho capito la figura di Maria, Maria che ci aiuta ad andare a Gesú. Non era solo quello che diceva, ma come lei era, come si fermava con le persone, con semplicità, il suo modo di guardare le persone, di sorridere, l’attenzione che aveva. Lei dava Dio. E si vedeva che andava a Dio attraverso il fratello.

Io ho avuto un breve incontro personale come lei. Le avevo rubato un momento, perché volevo che lei desse una parola per la Casa do Menor. Ero già in Brasile, ma l’avevo incontrata una volta che ero tornato in Piemonte, sapevo che era là. Sono riuscito a incontrarla mentre scendeva dall’ascensore. Mi aveva colpito l’attenzione piena di amore che ha avuto verso di me. Si vedeva che viveva quello che diceva, lo viveva insieme agli altri. Viveva in questa dimensione di Cielo sempre. La viveva nella normalità. Lo straordinario nella normalità.

Mi dicevano: perché vai a cercare una donna, con tanti teologi che abbiamo? Io non andavo a cercare una donna. Lei comunicava qualcosa di divino, poi ho capito: era il carisma. Andando avanti coglievo quanta sapienza c’era in quella donna. Non era frutto di studio. Veniva da un’esperienza di vita, da qualcosa che aveva vissuto e sperimentato e che comunicava. Sentivo che c’era una sapienza, una vita che tutti potevano vivere, non solo io, ma anche la mia mamma, i ragazzi, i giovani – io lavoravo con i giovani – potevo viverla con loro. Era un cammino di santità, un cristianesimo nuovo che io non conoscevo. Chiara non era una suora. Era una laica immersa nel mondo. Era un cammino nuovo, una novità nella Chiesa.

Non sono mancate le difficoltà. All’inizio non è stato facile. Chiara non voleva che fossimo clericali. Ci faceva riscoprire la dimensione del battesimo, ci chiamava ad essere cristiani, a vivere il Vangelo, ad essere Parola vissuta, ad essere amore. “Altrimenti – diceva – non siamo niente, non sei sacerdote”. Ci chiamava a mettere Dio al primo posto. Ed io avevo messo il sacerdozio al primo posto, non Dio, per questo erro andato in crisi. Ci chiamava – e questo per me è stato un grande dono – a vivere la vita di Dio in terra, la vita trinitaria, cioè la possibilità di sperimentare Gesú Risorto in mezzo a noi. Avevo studiato teologia, mi ero laureato in filosofia all’Università Cattolica, ma non avevo mai sentito parlare di questo. La Trinità per me era un mistero, qualcosa che riguardava la teologia, ma non aveva un riscontro nella vita quotidiana. Invece ora scoprivo che la Trinità era la chiave della mia vita.

E poi la scoperta di Gesù che in croce giunge a gridare l’abbandono. Lì ho trovato il segreto, la chiave di tutta la mia vita. La scoperta di come entrare nella dimensione di quell’amore di un Dio che solo dona e non chiede niente, non riceve, dona solo per donare, l’amore estremo. In Lui dunque era tutto il dolore, il negativo della Chiesa, il negativo mio, il negativo dell’umanità. Io ero già molto sensibile ai problemi della società, alle sofferenze, alle ingiustizie. Ma prima mi rivoltavo. Poi ho scoperto che proprio lì era nascosto il volto di Gesù da amare, per trasformare l’abbandono in resurrezione.

E’ Chiara che mi ha comunicato tutto questo: “Ho un solo Sposo sulla terra”. Andare a cercarlo dove è. Io sentivo che questa sua vocazione è anche la mia. Lei non poteva venire qui in Brasile, ma c’ero, ci sono io nelle periferie di Rio de Janeiro, tra i ragazzi di strada, tra i ragazzi assassinati, nel mondo della droga e nelle cracolandie. “Tutto quello che mi fa male è mio”. Devo dire che lei mi ha dato l’alimento per questa vita che Dio mi ha fatto scegliere, dove mi trovo in mezzo al dolore, ma non mi rivolto più. Invece vado ad abbracciare la carne viva di Gesù, vado ad abbracciare Gesù abbandonato. Mi sento sempre più assetato di quello che non è buono, che non è bello, di quello che nessuno vuole. E’ Lui che mi attrae. Ancora adesso a 75 anni vado a cercarlo nelle cracolandie, dove c’è il suo volto sfigurato.

 

Lei avrà sicuramente comunicato a Chiara l’esperienza con la Casa do Menor…

Le avevo scritto una lettera raccontando la mia esperienza e lei mi aveva dato una parola di vita: “Sei stato pagato a caro prezzo”: esprimeva tutto l’amore di Dio per me. In un’altra lettera le avevo scritto che sentivo molto forte la dimensione dell’incarnazione nel sociale. L’ha aiutata a capire che nei sacerdoti che seguivano il suo carisma si stagliava una nuova espressione, quella dei volontari, perché non c’erano ancora. Aveva detto a Don Lino: “Questo è il volontario, il cammino dei volontari”.

Riguardo agli sviluppi della Casa do Menor, comunicavo tutto attraverso una corrispondenza con Don Lino, del Centro dei sacerdoti. Lui comunicava tutto a Chiara. Mi diceva che lei “vibrava” e ci incoraggiava ad andare avanti.

 

Quando Chiara è morta, che cosa ha provato?

Subito mi sono sentito un po’ orfano. Però poi ho sentito che lei continuava a vivere e forse con una potenza ancora maggiore. C’è stato questo dolore, ma poi ho sentito che Chiara si moltiplicava, che io, ognuno di noi, dovevamo essere la continuazione di questo carisma.

 

Qual è il suo rapporto con Chiara adesso?

Il lavoro nelle periferie è molto difficile. Io chiedo a Chiara di aiutarmi ad avere sempre Gesú in mezzo nell’opera che abbiamo. A volte faccio il patto con lei. Le chiedo che mi aiuti ad essere fedele al carisma, ad avere vocazioni. Io sento che continua ad “alimentarci”. Sento che la sua maternità non è diminuita, ma si è moltiplicata.

 

Vede segni di fama di santità anche fuori del Movimento?

Credo che la gente, che l’ha conosciuta, veda in questa donna colei che ha incarnato la vita cristiana, il Vangelo. Lo vedo per esempio alla Casa do Menor, nei ragazzi di strada, nel personale. Non sono del movimento. Chiara non è legata solo al movimento. Lei è molto di più. Chiara è stata uno strumento nelle mani di Dio per un carisma che è un carisma per la Chiesa e l’umanità, non solo di un movimento. E’ un modello che continua.

La vedo all’altezza dei grandi santi della Chiesa: sono pozzi e strumenti di Dio per l’umanità. Lei è una Donna-Chiesa, non solo, è una Donna-mondo, umanità. Perché quello che ha vissuto è luce per tutti, in tutti i settori del mondo. I segni che ha lasciato si stanno sviluppando, stanno crescendo, vanno oltre al movimento, vanno oltre la Chiesa, vanno a tutta l’umanità, perché l’Ideale che Dio le ha dato è che tutti siano uno, tutti. Ha una dimensione universale, una dimensione divina, perché Dio è di tutti. Io la sento questa dimensione.

Lei ci ha insegnato ad amare tutti. Quindi non ci sono barriere. E ha dato anche a noi quest’anima. Io non ho difficoltà a incontrarmi con chicchessia, perché ciascuno è Gesù. E’ Vangelo, ma è una novità, perché quando è vissuto è una novità. Noi l’avevamo dimenticato.

 

Chiara ha ripetuto più volte che, nel caso fosse proclamata santa, non vuole esserlo da sola, ma insieme a chi ha percorso il suo stesso cammino, perché la sua è una via di santità collettiva…

Ho cominciato ad avere simpatia per i santi. Ho detto: “Cosí mi piacciono”, questa santità mi piace. Chiara viveva e ci mostrava un cammino di santità “collettiva”. E’ una novità, è una santità differente, che ancora non c’è stata nella Chiesa. Abbiamo tanti santi individuali, Chiara non può essere soltanto una santa in più. Lei ha sempre voluto trascinarci tutti insieme nel cammino di santità. E’ un cammino di popolo. Io non mi santifico solo perché amo Dio, ma perché ci amiamo. E insieme abbiamo Gesù tra noi, abbiamo il Santo. Ci ripeteva: “ma bisogna che viviamo uniti nell’amore reciproco. Non vado a Dio da solo, ma con te, con l’altro. Questo mi pare affascinante. Dovrà essere riconosciuto un grappolo di santi, che si sono fatti santi con lei e sono tanti.

Lei è stata madre, ed ha generato tanti figli. E’ interessante: Chiara si è santificata non solo con cattolici, ma anche con persone di altre Chiese, di altre religioni, con persone che non hanno uma fede definita. Sarebbe bello che fosse riconosciuta la santità di persone di altre Chiese, di altre religioni, per mostrare questo cammino nuovo. Credo che questo la Chiesa lo deve considerare molto seriamente. E’ una santità che non appartiene solo alla Chiesa cattolica. Sinora abbiamo avuto solo santi cattolici. E’ una santità che va molto oltre. Avere un cammino nuovo, alla portata di tutti, di tutte le Chiese, di tutte le religioni, questo è meraviglioso. Mi pare che questa sia una novità assoluta nella spiritualità, nella storia della Chiesa e dell’umanità.

Questa è una cosa che dovrebbe venir fuori, perché credo che lo Spirito Santo voglia dire questo oggi all’umanità. Abbiamo bisogno di un cammino differente. Chiara ci ha indicato una santità “simpatica”, perché è normale: tutti possiamo essere santi. E quindi non ci sono barriere. Questa è stata una rivoluzione per me. Dio vuole che tutti siano santi: “Siate santi, come io sono santo”. L’ha detto a tutti, non solo ai cattolici, non solo ai cristiani. Vuole che tutti siamo come Lui. Dio è Trinità, una santità collettiva: sono i Tre che vivono l’amore. E quindi mostrare che Dio vuole incarnare nella storia questa “santità trinitaria”.

E questo è profondamente biblico, perché Dio ha scelto un popolo, non ha scelto persone sole, e ci vuole salvare come popolo, e quindi vuole che andiamo a lui come popolo. E questo popolo di Chiara non è solo il popolo di un movimento, perché ci sono tante persone fuori del movimento che l’ammirano, tanti ambienti, tanti gruppi, tante persone, tante istituzioni la chiamavano a presentare la sua esperienza, le hanno assegnato pubblici riconoscimenti, perché sentivano che lei aveva qualcosa di straordinario.

E quindi credo che la Chiesa dovrebbe considerare questo aspetto: è un cammino nuovo di santità che lo Spirito Santo sta indicando alla Chiesa. Quindi credo che dovrebbe avere questo sguardo nuovo. Ripeto, lo Spirito Santo sta pronunciando una parola nuova sulla santità, occorre fare attenzione a quello vuole dire. Credo che chi studierà questo avrà più sapienza di noi certamente. Chiediamo lo Spirito Santo per vedere in questa luce.

E poi i miracoli… Chiara li ha già fatti, a centinaia, a migliaia. Ognuno di noi è un miracolo. Io personalmente posso dire che mi ha generato, perché forse non sarei nemmeno più prete se non avessi incontrato questa vita. Questi sono miracoli molto più grandi che i miracoli di natura fisica.


Padre Renato Chiera

INTERVISTA a P. RENATO CHIERA, fondatore de La Casa do Menor – BRASILE. A cura di Carla Cotignoli (Aprile 2014)

giugno 12, 2017 by

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La “Casa do Menor” come ha avuto inizio?
Io credo che era nel cuore di Dio. Avevo un sogno: potere mostrare ai suoi figli non amati che loro sono amati. Quando sono andato in Brasile,  mi sono buttato nella grande periferia di Rio: mi sembrava che il volto di Gesù in croce era il volto di queste persone e mi sentivo subito attratto perché lì c’è Gesù che soffre. Mi sono incontrato con la dura realtà dei ragazzi uccisi, molti. Nella mia parrocchia 36 in un mese.

Uccisi da chi?
Uccisi dallo squadrone della morte, uccisi perché coinvolti in furti, in droga e molte volte uccisi anche perché lavoravano per lo squadrone della morte e poi volevano farli tacere, perché non dicessero quello che avevano fatto.

Tutto è iniziato quando  avevo preso in casa mia un ragazzo che era stato ferito da una pallottola della polizia. Era tutto impaurito.  Lo hanno poi ucciso proprio sulla porta di casa mia. Aveva lasciato  scritto che lui si sentiva amato a casa mia, che si sentiva figlio amato da Dio, perché io lo amavo. è successo poi che un ragazzo che era minacciato di morte è venuto a chiedermi aiuto e m’ha detto: “Lo sai che ne hanno uccisi 36 in questo mese, ma ce ne sono altri 40 segnati per essere uccisi. Io sono il primo della lista e non voglio morire.  Voi non fate niente?”

Questo grido  è entrato nel mio cuore. Vedevo il volto di Gesú che mi diceva: “Quello che hai fatto al più piccolo l’hai fatto a me”. E sentivo che era Gesú che mi diceva “Renato, è ora di non parlare tanto di Dio amore, ma di essere l’amore di Dio, pronto a dare la vita”. E cosí questi ragazzi venivano alla porta di casa mia. Non ero io che li  chiamavo…. è Dio cha ha fatto questo.  Io dovevo  solo lasciarli entrare in casa. Li ho fatti sistemare nel garage, ho tolto la macchina,  la macchina può dormire fuori, ma Gesú nei ragazzi no.

E loro hanno fatto festa,  dicevano: “Adesso ho un posto dove stare”. Si chiamavano l’un l’altro: “Se vuoi mangiare, se vuoi avere un letto caldo, vieni che c’è un padre che ci accoglie”. E’ stato un crescendo. Sono loro che hanno voluto chiamare la mia casa la “Casa do Menor”. Ecco il perché: “Noi non abbiamo casa, non abbiamo amore, non abbiamo famiglia, non abbiamo affetto, e perché siamo piccoli di età, ma siamo  anche “de menor”. In Brasile, “menor”  significa disprezzato, che non si vale niente. Dicevano:  “Noi non valiamo niente, noi puzziamo, noi rubiamo, noi usiamo droga”. Una ragazzina mi diceva: “Lasciami dormire in quel cantuccio!”. “Ma là dorme il cane!”. “Ma io sono un cane!”

Io dico sempre che la “Casa do Menor”  è nata perché i figli del Brasile e del mondo non si sentissero cani, ma figli amati da Dio. Noi abbiamo sentito il grido loro, il grido certo è per fame, è per scuola, è per professione, per lavoro, per casa. Ma il grido più forte  è il grido per la presenza di qualcuno che li faccia sentire figli. Questi bambini, questi ragazzi non hanno presenza, non hanno la presenza di papà e di mamma, non hanno presenza di famiglia, non hanno presenza di comunità.

Alla notte i bambini di strada dormono in posizione fetale, perché vogliono tornare all’utero, hanno bisogno di questo utero che li accolga,   l’utero materno, l’utero  famiglia, comunità, l’utero quartiere,  l’utero Chiesa, l’utero Dio. Hanno bisogno di questo. Noi abbiamo sentito che il grido maggiore era il grido per essere figlio. Io dico che la grande tragedia non è essere poveri,  è non essere figli. Non essere figli vuol dire che nessuno mi ama e questa è la più grande violenza che facciamo a questi ragazzi.

Noi oggi stiamo vedendo un’escalation della violenza che spaventa tutta la nostra società. E noi alla loro violenza  rispondiamo con più violenza e facciamo di loro dei mostri arrabbiati che uccidono a tutto spiano.

Perché oggi i ragazzi sono così violenti?
Perché non abbiamo capito che siamo noi che generiamo questa violenza, perché loro ci danno quello che noi abbiamo dato a loro. Non si capisce che la violenza loro è il grido perché vogliono essere amati, vogliono esistere, dicono: ecco voi mi negate e io ti aggredisco. Io dico sempre che sono violenti, perché non amati. La droga si inserisce in questo.

Questi ragazzi, inconsciamente, vogliono morire e entrano nel narcotraffico. Chi non è amato vuole distruggersi e distruggere. Per questo molti entrano nel narcotraffico perché vogliono buttare via la rabbia che hanno. L’altro ieri ho trovato un ragazzino che mi ha detto:  “Con 10 anni  sono entrato nel narcotraffico, perché la polizia ha ammazzato il mio papà davanti a me ed io ho detto: vado là per uccidere il poliziotto”. Adesso ha 16 anni, da quando ne aveva 14 è diventato il capo. E mi diceva che loro uccidono, con 10 anni quando lui è entrato lo hanno fatto uccidere la prima persona. Gli hanno detto: “guarda qui tutti già hanno ucciso (i tuoi amici), tu mostra che sei un uomo, mostra che sei capace di uccidere”. Lui mi ha detto che, dopo aver ucciso il primo si è sentito molto male, ma poi ne ha uccisi altri, e non gli ha più fatto effetto, “perché uccidiamo usando droga” e mi diceva che prima di venire da me, aveva ucciso un altro ragazzo di 10 anni. Ora è là con noi.

Sono ragazzi che sono cresciuti già in questa maniera: i contro-valori sono valori, uccidere è un valore, rubare è un valore. Poi è diventato capo, si sentiva importante diceva: “A 14 anni comandavo degli uomini di 30 anni. Loro avevano rabbia di me, ma io mi sentivo forte, io ero ragazzino, ma avevo molti soldi. Poi ho nascosto un carico grande di cocaina che costava 12.000 reali  e qualcuno di loro me l’ha portata via. Allora io dovuto dire al capo del traffico, loro dicono “o chefe do morro”, il capo della favela, ed io avevo 12.000 reali, ma ora non ce li ho più, ho guadagnato molti soldi, ma io ho perso tutto. Allora ho dovuto fuggire, perché adesso vogliono uccidermi”.

Questi ragazzi che vanno là per essere qualcuno,  finiscono usati per uccidere, per rubare, perché  loro vanno a rubare per poter comprare la droga, per il capo, per dare i soldi. E poi finiscono uccisi, quindi è una cosa molto drammatica, molto dura.

Allora noi dobbiamo  aiutarli, proprio quelli che sono nel giro della droga. Escono solo se incontrano una vita che non è una droga.  Noi abbiamo scoperto questa chiave:  loro hanno un buco nel cuore, perché non sono figli amati e allora bisogna che facciano questa esperienza: l’amore è l’utero. Dio li ama sempre, ma  loro arrivano a capire, a sentire l’amore di Dio se noi li amiamo.

Sono 30 anni che lavoro in questo, e sono 39 anni che vivo nelle periferie, sempre tra i non amati anche se non erano solo i ragazzi di strada. Io vedo che quando loro incominciano a sentirsi amati incominciano ad amare. Io dico loro:  “Il tuo motore va a benzina-amore.  Non ti hanno messo benzina papà e mamma, mettila tu adesso. Se la mette tu, se ti lanci ad amare tu, vedi che incominci a funzionare, perché tu funzioni a benzina-amore”. E noi cerchiamo di fare questo, di aiutarli attraverso l’arte di amare. Noi li aiutiamo, li alleniamo ad amare, e questo  tutti i giorni.

Che cos’è l’arte d’amare?
É un allenamento ad amare. Amare non è facile. Nessuno insegna ad amare. Ai nostri ragazzi nessuno dice come si fa ad essere felici . Il Papa diceva che la società dà molte occasioni di piacere, ma non dà la felicità. Si è felici se noi amiamo. Però l’essere umano è egoista, io vedo che il grande problema per esempio non è la droga, è l’egoismo. Perché la persona egoista che vive per sé, non sarà mai felice. Allora quest’arte di amare è un allenamento che noi facciamo a partire da un dado che Chiara Lubich ha dato, soprattutto ai ragazzi, riassumendo il vangelo; ha messo in pillola il vangelo, sfaccettandolo in sei facce. E quando i ragazzi incominciano a vivere questo, cambiano e loro sentono nascere una vita nuova. Questa dimensione è essenziale, altrimenti non c’è cambiamento.

Loro hanno bisogno di visibilità, hanno bisogno di protagonismo, hanno bisogno di appartenenza. Io adesso vado a Rio, loro faranno un circo stasera, ragazzi che danzano che  evangelizzano con la danza. Nel “forti senza violenza del Gen Rosso”, loro hanno animato le danze, hanno avuto visibilità, si sono sentiti importanti, cosa che cercano nel narcotraffico. Vanno nel narcotraffico e sono pronti a dar la vita, perché vogliono essere visti e appartenere a qualcuno, uccidono e sono uccisi. Allora noi diciamo “bisogna fare tutto questo lavoro di ristrutturazione,  di ricostruzione della loro persona. Ma poi bisogna dare  la professionalizzazione. Loro hanno bisogno di futuro. E allora la professione  è una alternativa reale al narcotraffico. E allora noi da molti anni facciamo professionalizzazione. Fare l’esperienza di essere amati, imparare ad amare e avere prospettive reali di lavoro e di futuro, sono parti determinanti del loro riscatto. Quando incontrano l’utero Dio Amore, attraverso i nostro amore, inizia il processo di recupero.

Noi non possiamo dire che tutti sono salvi e salvati. Io dico sempre che io non sono chiamato a salvarli, io sono chiamato ad amarli. Io non sono chiamato a cambiarli, io non ce  la faccio a fare questo, io sono chiamato, noi siamo chiamati ad amarli come sono e poi loro  dovranno dare una risposta. E poi c’è tutta l’azione di Dio. Abbiamo il dolore dei ragazzi che tornano a casa o sono uccisi, o  il mondo di nuovo li ingoia. Però abbiamo risultati, molti…  Abbiamo già raggiunto oltre 60 mila persone.

Tante volte non  sappiamo dove loro vanno, perché si disperdono, ma molte volte mi vengono a salutare e dicono “non mi riconosce più?”. E dicono la gioia: quello che ci hai insegnato, anche se al momento non lo accettavamo, è quello che adesso ci guida anche come papà e mamme di famiglia. Una cosa bella è che ci sono dei ragazzi  che,  recuperati dall’amore,  adesso  vogliono donare la vita per gli altri: abbiamo una famiglia di consacrati, ragazzi che, una volta erano abbandonati,  adesso vogliono diventare padri degli abbandonati. Questo è un piccolo segno, ma un segno che dice che questo è il cammino. Questa comunità si chiama Familia Vida: essere famiglia tra noi per dare amore di famiglia a chi non è amato da nessuno.

E noi vediamo che dobbiamo aiutare i ragazzi in questa società pazza, ingannatrice,  che semina illusioni. E dobbiamo far toccare loro la fonte della felicità. E la fonte della felicità sta dentro di noi, non è fuori, le carenze non le risolviamo fuori con le cose e le persone. Io dico sempre che una carenza è come un sacco senza fondo, tu metti dentro… ed è sempre vuoto. Allora la carenza la si risolve, non a partire ecco, “ho bisogno di questa cosa”, “ho bisogno di questa persona”, attaccamenti di questo tipo, perché questi passano. La carenza è il grido, perché io voglio essere, un grido per qualcosa che io non sono riuscito ad essere, che in fondo è un grido per l’assoluto, in fondo è un grido per l’amore. Allora se io amo, io mi realizzo, perché io sono un motore che va a benzina-amore e se non ho benzina-amore non funziono.  I ragazzi oggi sono esclusi dall’amore. Noi  vediamo molto mali, la società è molto cattiva,  crudele. Li ammazzano, li torturano, li attaccano a dei pali della luce..

Dove e come accade questo?
Si, ma adesso nelle città è diventato di moda. A Rio, a San Paolo, prendono il ragazzo che ha rubato la bicicletta o il cellulare, lo attaccano al palo, incominciano a picchiarlo. Se non arriva la polizia lo fanno fuori. Noi vogliamo mettere in prigione questi ragazzi, diciamo che  sono dei banditi e che devono essere messi in prigione.  Adesso si vuole ridurre l’età da 18 a 14, a 15, a 16 anni. Ma vediamo che il carcere, la violenza non risolve il loro problema, perché su gente già tanto violentata noi facciamo violenza.

Adesso c’è il crack, loro entrano in questa roba. Il crack crea una dipendenza immediata, uccide poco per volta. E noi sentiamo ci sentiamo impotenti. Io sento un’attrattiva per questi: è Gesú, queste sono le piaghe di Gesú in croce, questo è Gesú che vive l’abbandono. Allora noi a Gesú nell’abbandono dobbiamo dare il risorto, dobbiamo dare la presenza di Gesú. Io sto facendo questa esperienza nella cracolandia a Rio, dove la polizia adesso sta scacciando tutti perché vuole fare  pulizia  per la Coppa, stanno occupando tutte le favelas. Stanno cacciando anche la cracolandia.

Io sono là con loro. Non possiamo fare tante cose, però sentiamo che hanno fame di presenza, non solo  i bambini anche  gli adulti. La fame di presenza è una fame enorme, e io sento che dobbiamo andare lá, per portare con la nostra presenza, la presenza di qualcuno che è più di noi, che è Gesú. E come loro sono toccati!

Domenica andrò a celebrare la messa di Pasqua per loro là e dico a Gesù “Tu sei qui adesso lavora tu, io non sono capace di lavorare. Abbiamo fatto una vigilia con la messa e poi l’adorazione, ho portato il Santissimo. E’ stato bellissimo sentire che dobbiamo portare Gesù in questa realtà, ma lui c’è già, perché nel dolore c’è  Lui. Queste cracolandia sono gravide di Dio, però dobbiamo portare Gesù perché lui possa agire in queste persone. La sera abbiamo fatto la vigilia e 5 persone mi hanno chiesto di uscire dal giro. Vedi che proprio se tu permetti a Gesù di vivere, lui agisce, ma lui agisce non come la polizia che li tira fuori mandandoli in carcere o in un riformatorio,  obbligandoli a uscire, ma lui tocca dentro e la persona toccata di dentro dice poi io voglio uscire di qua.

L’amore che si fa gesto concreto questo riscatta, trasforma e funziona, non il carcere o la morte.


Padre Renato Chiera

Grande successo per la rassegna dei cori parrocchiali a Villanova Mondovì!

aprile 4, 2016 by

Sabatofoto cori sera alla presenza di un numerosissimo pubblico, nella parrocchia di San Lorenzo a Villanova Mondovì, 12 cori parrocchiali hanno dato vita ad un coinvolgente concerto applauditissimo! Un doveroso grazie al parroco Don Franco, ai cori e a tutti i presenti per la generosità dimostrata verso i meninos de Rua di Don renato Chiera che ci ha permesso di raccogliere ben 1700 euro, consegnati direttamente a Donatella, responsabile della Casa do Menor di Cuneo, presente alla manifestazione.

Missione Sorriso

 

Buona Pasqua da Padre Renato Chiera

marzo 24, 2016 by

Carissimi amici,

colomba pasqualel’umanità e il Brasile stanno passando momenti e situazioni difficili di crisi politica, sociale, economica, religiosa e in particolare morale, dove il denaro, il potere si impongono e dove a questi nuovi dei si sacrifica tutto. La violenza, l’intolleranza e la corruzione ci spaventano.

La situazione di bambini e adolescenti esclusi si aggrava sempre di più e i bambini si rifugiano nella droga e nel narcotraffico, nella criminalità e nella violenza: sono usati, e poi buttati e assassinati.

Il Governo e anche la società abbandonano sempre di più i figli del Brasile non amati: si chiudono le case di accoglienza e recupero, per mancanza di fondi e si aprono prigioni più care; si investe in più polizia e repressione, ma aumenta la violenza ogni giorno. Non si crede più che l’amore recupera. La Casa do Menor crede che tutti gli esseri umani possono cambiare, se amati e accolti.

Perdersi d’animo? Abbandonare il nostro patto con questi piccoli?

Da trent’anni come Casa do Menor lottiamo per riscattare e salvare vite di bambini senza sorriso e futuro, dando loro amore e opportunità e, con il tuo fedele aiuto, abbiamo accolto in tutti questi lunghi anni più di 100 mila bambini, adolescenti e giovani, e abbiamo dato professione e futuro a oltre 50 mila. Grazie a Dio e a ognuno di voi. Per favore, non abbandonateci.

logo_Giubileo_Misericordia-Grande2Gesù è morto e sembrava che tutto fosse finito e che l’odio e il male fossero più forti dell’amore e del bene. Ma Gesù è resuscitato e ha vinto. “Non abbiate paura, io ho vinto il mondo”, ci ripete. Lui trasforma il negativo e il dolore in vita. Gesù è resuscitato in ogni bambino che tu hai accompagnato con il tuo amore concreto in questi anni. Gesù vuole resuscitare anche in tanti altri bambini sofferenti e in attesa del tuo aiuto.

Solo così sarà Pasqua tutti i giorni e tu sarai felice per aver amato e aver fatto il mondo e il Brasile un poco migliori.

Il mondo cambia, se io e te cambiamo, con piccoli e grandi gesti di amore. Così accade a Pasqua e possiamo sognare e avere ancora speranza, nonostante tutto. Solo l’amore trasforma. Solo la bontà disarma. Il bene fa bene. Il nome di Dio è misericordia.

Buona Pasqua a te e alla tua famiglia e comunità, il Cristo resuscitato vi resusciti e vi benedica.

 

Pe. Renato Chiera

Padre Renato scrive dal Brasile

marzo 21, 2016 by
Tratto da Editoriale – Dalla Strada alla Vita – Pasqua 2016

Cari amici,

ritorna la Pasqua con l’annuncio dell’angelo di cui abbiamo tanto bisogno: “Non cercate tra i morti colui che è vivo. È risorto, non è qui. La vita ha vinto”.

Perché Gesù è risorto? Come si può risorgere?

È risorto, perché prima è morto, cioè ha dato tutto, ha perso tutto, ha condiviso tutto, si è fatto solo dono. Ha rischiato grosso. Qui il segreto che dobbiamo riscoprire. Passiamo da morte a vita quando amiamo, quando ci apriamo agli altri e rischiamo tutto.

La paura ci uccide.

Paura del terrorismo, che puó colpire dovunque e senza possibilità oggettiva di difenderci. Le armi e le guerre non risolvono questo problema, lo aumentano. Non vanno alla causa. Paura dell’intolleranza religiosa, dove religione non è cammino per amare e accogliere il diverso, ma per eliminare chi non la pensa come noi. Paura delle migrazioni di popoli che fuggono dalla disperazione e da guerre, costruite e aiutate anche da noi, per avidità e ricerca di ricchezza.

Photo credit CSABA SEGESVARI/AFP

Photo credit CSABA SEGESVARI/AFP

E così, ci chiudiamo a riccio e non riusciamo a risorgere. Non riusciamo a fare Pasqua, non passiamo da morte a vita, dalla paura alla speranza. E diventiamo sempre più depressi, anche se ancora giovani.

Esistono soluzione e speranza?

La Pasqua ci indica un cammino lungo, ma il solo efficace. Le armi e le guerre non fermano rabbie, frustrazioni personali e di popoli sfruttati, oppressi per troppo tempo. Passiamo da morte a vita se amiamo, se condividiamo senza paura. Il rischio? Morire a se stessi e a egoismi collettivi, fare il salto è sempre un rischio. Ma dobbiamo correrlo insieme come popoli. Dobbiamo capire qual è il malessere della nostra società e quale il malessere di questi giovani. Diventano terroristi perché solo là, nel terrorismo, hanno spazio, sono accolti e possono gridare la loro rabbia anche se in forme irrazionali e folli.

Il Papa ogni giorno ci avvisa che questo tipo di società deve cambiare.

L’esclusione affettiva e sociale è il terreno propizio.

Molti ragazzi e giovani brasiliani, con famiglie spezzate, non riescono a inserirsi nel miracolo economico brasiliano. Una società che promette: benessere, piacere e potere per tutti, ma che esclude di fatto masse sempre maggiori. Sono facile esca di persone senza scrupoli, che li usano per il narcotraffico, la droga, la prostituzione e la malavita.  In Brasile sono nella maggioranza ragazzi giovanissimi, sedotti, usati, che poi muoiono senza sapere per chi e perché. Sono realtà molto simili di esclusione affettiva e sociale, dove trova spazio il terrorismo e il mondo del narcotraffico che in tutto il Brasile sacrifica ogni giorno più di 80 ragazzi e giovani e uccide più di 60 mila vite ogni anno. Vero genocidio, davanti a cui la società assiste in silenzio, come si fa in Europa, quasi passiva davanti all’ecatombe di vite che sono inghottite dalle onde del mare.

È un nuovo martirio patito da persone che tutti consideriamo banditi e delinquenti, ma sono di fatto vittime di una realtà economica e sociale che condanna alla marginalità. Da trent’anni lavoriamo con queste fasce di ragazzi e giovani.

Questi ragazzi pericolosi, che fin da piccoli fanno i banditi,  sono recuperabili: Lazzaro che puzza e in cui nessuno più crede, può risorgere e uscire dal tumulo. La Casa do Menor mostra che è possibile. Circa 100 mila ragazzi e giovani raggiunti e accolti e aiutati in varie maniere, più di 50 mila con una professione, molti con lavoro degno. Non è facile, ma è possibile: bisogna dare la vita per loro ogni giorno, non giudicare, farli sentire figli amati, offrire famiglia e dare possibilità e alternative reali, coltivare i loro sogni, offrendo valori e referenze credibili.

La risurrezione è possibile, ma pochi anche qui ci credono.

I governi chiudono case di recupero e aprono prigioni. Ma noi siamo persistenti nella speranza. Noi ci crediamo con voi: da molti anni ci aiutate a fare risorgere e risorgete anche voi, felici di poter amare, essere utili. L’Europa può risorgere. Ancora possiamo avere speranza. Bisogna, però, morire a egoismi personali e sociali, rinunciare a un consumismo eccessivo, adottando uno stile di vita più semplice e credere che la condivisione, la fraternità universale e la comunione risolvono.

Casa do Menor

Vi invitiamo a venirci a trovare il 12 ottobre per celebrare insieme la speranza e la realtà della risurrezione vissuta in questi 30 anni di lotta, di vita e di morte e di riscatto di tanti figli del Brasile non amati.

A voi che in questi lunghi anni ci avete aiutato e continuerete, di cuore auguriamo Buona Pasqua, lottando per fare avvenire nell’oggi della storia la risurrezione personale e sociale.

La speranza non muore ed è Pasqua ogni giorno.

Padre Renato Chiera


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