TESTIMONIANZA DI PADRE RENATO CHIERA SU CHIARA LUBICH, a cura di Carla Cotignoli

giugno 12, 2017 by

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Come e quando ha conosciuto Chiara?

Erano gli anni del post-Concilio (1970), ero già sacerdote. Stavo vivendo una crisi molto forte che toccava la mia vocazione, la mia identità sacerdotale. Ero in ricerca. Era il tempo in cui molti sacerdoti e religiosi abbandonavano il ministero. C’era sete di famiglia, sete di vita, sete di amore. Cercavo tutto questo e non lo trovavo. E proprio in quel momento un sacerdote mi dice: “C’è una cosa che forse risponde a quello che tu vuoi”. C’era un congresso per sacerdoti a Roma promosso da un movimento che non sapevo bene cosa fosse. Sono andato.

Lì ho conosciuto Don Silvano Cola, responsabile della branca sacerdotale dei Focolari. Mi ha segnato moltissimo. Parlavano di Chiara. E’ venuta a questo incontro. La prima impressione che ho avuto e che ho ancora forte: ho visto una donna che “mi dava” Dio, prima ancora di parlare. Mi ha impressionato il suo modo di vestire: era armoniosa, comunicava la bellezza di Dio! Mi ha affascinato questa figura femminile. Era così diversa da come in seminario mi avevano parlato della donna!

Poi, quando ha cominciato a parlare, tra il resto, diceva che dobbiamo amare con il cuore di carne che ha Gesù. Allora posso amare!?! Io cercavo amore, ma in seminario non ci parlavano di amore. Parlavano di preghiera, di mortificazione. Un’altra cosa è stata per me una luce: che noi preti dovevamo essere famiglia. Avere una famiglia era quello che cercavo. Io ne avevo bisogno. Tante volte mi ero sentito soffocato, impedito a vivere questa dimensione. Questa è stata la mia prima grande impressione. Che si è ripetuta ogni anno, quando partecipavo agli incontri a Roma, anche quando nel 1978 sono partito per il Brasile.

Chiara sempre veniva e sempre ci portava in un’altra dimensione. Ho visto in lei una figura mariana. Lì ho capito la figura di Maria, Maria che ci aiuta ad andare a Gesú. Non era solo quello che diceva, ma come lei era, come si fermava con le persone, con semplicità, il suo modo di guardare le persone, di sorridere, l’attenzione che aveva. Lei dava Dio. E si vedeva che andava a Dio attraverso il fratello.

Io ho avuto un breve incontro personale come lei. Le avevo rubato un momento, perché volevo che lei desse una parola per la Casa do Menor. Ero già in Brasile, ma l’avevo incontrata una volta che ero tornato in Piemonte, sapevo che era là. Sono riuscito a incontrarla mentre scendeva dall’ascensore. Mi aveva colpito l’attenzione piena di amore che ha avuto verso di me. Si vedeva che viveva quello che diceva, lo viveva insieme agli altri. Viveva in questa dimensione di Cielo sempre. La viveva nella normalità. Lo straordinario nella normalità.

Mi dicevano: perché vai a cercare una donna, con tanti teologi che abbiamo? Io non andavo a cercare una donna. Lei comunicava qualcosa di divino, poi ho capito: era il carisma. Andando avanti coglievo quanta sapienza c’era in quella donna. Non era frutto di studio. Veniva da un’esperienza di vita, da qualcosa che aveva vissuto e sperimentato e che comunicava. Sentivo che c’era una sapienza, una vita che tutti potevano vivere, non solo io, ma anche la mia mamma, i ragazzi, i giovani – io lavoravo con i giovani – potevo viverla con loro. Era un cammino di santità, un cristianesimo nuovo che io non conoscevo. Chiara non era una suora. Era una laica immersa nel mondo. Era un cammino nuovo, una novità nella Chiesa.

Non sono mancate le difficoltà. All’inizio non è stato facile. Chiara non voleva che fossimo clericali. Ci faceva riscoprire la dimensione del battesimo, ci chiamava ad essere cristiani, a vivere il Vangelo, ad essere Parola vissuta, ad essere amore. “Altrimenti – diceva – non siamo niente, non sei sacerdote”. Ci chiamava a mettere Dio al primo posto. Ed io avevo messo il sacerdozio al primo posto, non Dio, per questo erro andato in crisi. Ci chiamava – e questo per me è stato un grande dono – a vivere la vita di Dio in terra, la vita trinitaria, cioè la possibilità di sperimentare Gesú Risorto in mezzo a noi. Avevo studiato teologia, mi ero laureato in filosofia all’Università Cattolica, ma non avevo mai sentito parlare di questo. La Trinità per me era un mistero, qualcosa che riguardava la teologia, ma non aveva un riscontro nella vita quotidiana. Invece ora scoprivo che la Trinità era la chiave della mia vita.

E poi la scoperta di Gesù che in croce giunge a gridare l’abbandono. Lì ho trovato il segreto, la chiave di tutta la mia vita. La scoperta di come entrare nella dimensione di quell’amore di un Dio che solo dona e non chiede niente, non riceve, dona solo per donare, l’amore estremo. In Lui dunque era tutto il dolore, il negativo della Chiesa, il negativo mio, il negativo dell’umanità. Io ero già molto sensibile ai problemi della società, alle sofferenze, alle ingiustizie. Ma prima mi rivoltavo. Poi ho scoperto che proprio lì era nascosto il volto di Gesù da amare, per trasformare l’abbandono in resurrezione.

E’ Chiara che mi ha comunicato tutto questo: “Ho un solo Sposo sulla terra”. Andare a cercarlo dove è. Io sentivo che questa sua vocazione è anche la mia. Lei non poteva venire qui in Brasile, ma c’ero, ci sono io nelle periferie di Rio de Janeiro, tra i ragazzi di strada, tra i ragazzi assassinati, nel mondo della droga e nelle cracolandie. “Tutto quello che mi fa male è mio”. Devo dire che lei mi ha dato l’alimento per questa vita che Dio mi ha fatto scegliere, dove mi trovo in mezzo al dolore, ma non mi rivolto più. Invece vado ad abbracciare la carne viva di Gesù, vado ad abbracciare Gesù abbandonato. Mi sento sempre più assetato di quello che non è buono, che non è bello, di quello che nessuno vuole. E’ Lui che mi attrae. Ancora adesso a 75 anni vado a cercarlo nelle cracolandie, dove c’è il suo volto sfigurato.

 

Lei avrà sicuramente comunicato a Chiara l’esperienza con la Casa do Menor…

Le avevo scritto una lettera raccontando la mia esperienza e lei mi aveva dato una parola di vita: “Sei stato pagato a caro prezzo”: esprimeva tutto l’amore di Dio per me. In un’altra lettera le avevo scritto che sentivo molto forte la dimensione dell’incarnazione nel sociale. L’ha aiutata a capire che nei sacerdoti che seguivano il suo carisma si stagliava una nuova espressione, quella dei volontari, perché non c’erano ancora. Aveva detto a Don Lino: “Questo è il volontario, il cammino dei volontari”.

Riguardo agli sviluppi della Casa do Menor, comunicavo tutto attraverso una corrispondenza con Don Lino, del Centro dei sacerdoti. Lui comunicava tutto a Chiara. Mi diceva che lei “vibrava” e ci incoraggiava ad andare avanti.

 

Quando Chiara è morta, che cosa ha provato?

Subito mi sono sentito un po’ orfano. Però poi ho sentito che lei continuava a vivere e forse con una potenza ancora maggiore. C’è stato questo dolore, ma poi ho sentito che Chiara si moltiplicava, che io, ognuno di noi, dovevamo essere la continuazione di questo carisma.

 

Qual è il suo rapporto con Chiara adesso?

Il lavoro nelle periferie è molto difficile. Io chiedo a Chiara di aiutarmi ad avere sempre Gesú in mezzo nell’opera che abbiamo. A volte faccio il patto con lei. Le chiedo che mi aiuti ad essere fedele al carisma, ad avere vocazioni. Io sento che continua ad “alimentarci”. Sento che la sua maternità non è diminuita, ma si è moltiplicata.

 

Vede segni di fama di santità anche fuori del Movimento?

Credo che la gente, che l’ha conosciuta, veda in questa donna colei che ha incarnato la vita cristiana, il Vangelo. Lo vedo per esempio alla Casa do Menor, nei ragazzi di strada, nel personale. Non sono del movimento. Chiara non è legata solo al movimento. Lei è molto di più. Chiara è stata uno strumento nelle mani di Dio per un carisma che è un carisma per la Chiesa e l’umanità, non solo di un movimento. E’ un modello che continua.

La vedo all’altezza dei grandi santi della Chiesa: sono pozzi e strumenti di Dio per l’umanità. Lei è una Donna-Chiesa, non solo, è una Donna-mondo, umanità. Perché quello che ha vissuto è luce per tutti, in tutti i settori del mondo. I segni che ha lasciato si stanno sviluppando, stanno crescendo, vanno oltre al movimento, vanno oltre la Chiesa, vanno a tutta l’umanità, perché l’Ideale che Dio le ha dato è che tutti siano uno, tutti. Ha una dimensione universale, una dimensione divina, perché Dio è di tutti. Io la sento questa dimensione.

Lei ci ha insegnato ad amare tutti. Quindi non ci sono barriere. E ha dato anche a noi quest’anima. Io non ho difficoltà a incontrarmi con chicchessia, perché ciascuno è Gesù. E’ Vangelo, ma è una novità, perché quando è vissuto è una novità. Noi l’avevamo dimenticato.

 

Chiara ha ripetuto più volte che, nel caso fosse proclamata santa, non vuole esserlo da sola, ma insieme a chi ha percorso il suo stesso cammino, perché la sua è una via di santità collettiva…

Ho cominciato ad avere simpatia per i santi. Ho detto: “Cosí mi piacciono”, questa santità mi piace. Chiara viveva e ci mostrava un cammino di santità “collettiva”. E’ una novità, è una santità differente, che ancora non c’è stata nella Chiesa. Abbiamo tanti santi individuali, Chiara non può essere soltanto una santa in più. Lei ha sempre voluto trascinarci tutti insieme nel cammino di santità. E’ un cammino di popolo. Io non mi santifico solo perché amo Dio, ma perché ci amiamo. E insieme abbiamo Gesù tra noi, abbiamo il Santo. Ci ripeteva: “ma bisogna che viviamo uniti nell’amore reciproco. Non vado a Dio da solo, ma con te, con l’altro. Questo mi pare affascinante. Dovrà essere riconosciuto un grappolo di santi, che si sono fatti santi con lei e sono tanti.

Lei è stata madre, ed ha generato tanti figli. E’ interessante: Chiara si è santificata non solo con cattolici, ma anche con persone di altre Chiese, di altre religioni, con persone che non hanno uma fede definita. Sarebbe bello che fosse riconosciuta la santità di persone di altre Chiese, di altre religioni, per mostrare questo cammino nuovo. Credo che questo la Chiesa lo deve considerare molto seriamente. E’ una santità che non appartiene solo alla Chiesa cattolica. Sinora abbiamo avuto solo santi cattolici. E’ una santità che va molto oltre. Avere un cammino nuovo, alla portata di tutti, di tutte le Chiese, di tutte le religioni, questo è meraviglioso. Mi pare che questa sia una novità assoluta nella spiritualità, nella storia della Chiesa e dell’umanità.

Questa è una cosa che dovrebbe venir fuori, perché credo che lo Spirito Santo voglia dire questo oggi all’umanità. Abbiamo bisogno di un cammino differente. Chiara ci ha indicato una santità “simpatica”, perché è normale: tutti possiamo essere santi. E quindi non ci sono barriere. Questa è stata una rivoluzione per me. Dio vuole che tutti siano santi: “Siate santi, come io sono santo”. L’ha detto a tutti, non solo ai cattolici, non solo ai cristiani. Vuole che tutti siamo come Lui. Dio è Trinità, una santità collettiva: sono i Tre che vivono l’amore. E quindi mostrare che Dio vuole incarnare nella storia questa “santità trinitaria”.

E questo è profondamente biblico, perché Dio ha scelto un popolo, non ha scelto persone sole, e ci vuole salvare come popolo, e quindi vuole che andiamo a lui come popolo. E questo popolo di Chiara non è solo il popolo di un movimento, perché ci sono tante persone fuori del movimento che l’ammirano, tanti ambienti, tanti gruppi, tante persone, tante istituzioni la chiamavano a presentare la sua esperienza, le hanno assegnato pubblici riconoscimenti, perché sentivano che lei aveva qualcosa di straordinario.

E quindi credo che la Chiesa dovrebbe considerare questo aspetto: è un cammino nuovo di santità che lo Spirito Santo sta indicando alla Chiesa. Quindi credo che dovrebbe avere questo sguardo nuovo. Ripeto, lo Spirito Santo sta pronunciando una parola nuova sulla santità, occorre fare attenzione a quello vuole dire. Credo che chi studierà questo avrà più sapienza di noi certamente. Chiediamo lo Spirito Santo per vedere in questa luce.

E poi i miracoli… Chiara li ha già fatti, a centinaia, a migliaia. Ognuno di noi è un miracolo. Io personalmente posso dire che mi ha generato, perché forse non sarei nemmeno più prete se non avessi incontrato questa vita. Questi sono miracoli molto più grandi che i miracoli di natura fisica.


Padre Renato Chiera

INTERVISTA a P. RENATO CHIERA, fondatore de La Casa do Menor – BRASILE. A cura di Carla Cotignoli (Aprile 2014)

giugno 12, 2017 by

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La “Casa do Menor” come ha avuto inizio?
Io credo che era nel cuore di Dio. Avevo un sogno: potere mostrare ai suoi figli non amati che loro sono amati. Quando sono andato in Brasile,  mi sono buttato nella grande periferia di Rio: mi sembrava che il volto di Gesù in croce era il volto di queste persone e mi sentivo subito attratto perché lì c’è Gesù che soffre. Mi sono incontrato con la dura realtà dei ragazzi uccisi, molti. Nella mia parrocchia 36 in un mese.

Uccisi da chi?
Uccisi dallo squadrone della morte, uccisi perché coinvolti in furti, in droga e molte volte uccisi anche perché lavoravano per lo squadrone della morte e poi volevano farli tacere, perché non dicessero quello che avevano fatto.

Tutto è iniziato quando  avevo preso in casa mia un ragazzo che era stato ferito da una pallottola della polizia. Era tutto impaurito.  Lo hanno poi ucciso proprio sulla porta di casa mia. Aveva lasciato  scritto che lui si sentiva amato a casa mia, che si sentiva figlio amato da Dio, perché io lo amavo. è successo poi che un ragazzo che era minacciato di morte è venuto a chiedermi aiuto e m’ha detto: “Lo sai che ne hanno uccisi 36 in questo mese, ma ce ne sono altri 40 segnati per essere uccisi. Io sono il primo della lista e non voglio morire.  Voi non fate niente?”

Questo grido  è entrato nel mio cuore. Vedevo il volto di Gesú che mi diceva: “Quello che hai fatto al più piccolo l’hai fatto a me”. E sentivo che era Gesú che mi diceva “Renato, è ora di non parlare tanto di Dio amore, ma di essere l’amore di Dio, pronto a dare la vita”. E cosí questi ragazzi venivano alla porta di casa mia. Non ero io che li  chiamavo…. è Dio cha ha fatto questo.  Io dovevo  solo lasciarli entrare in casa. Li ho fatti sistemare nel garage, ho tolto la macchina,  la macchina può dormire fuori, ma Gesú nei ragazzi no.

E loro hanno fatto festa,  dicevano: “Adesso ho un posto dove stare”. Si chiamavano l’un l’altro: “Se vuoi mangiare, se vuoi avere un letto caldo, vieni che c’è un padre che ci accoglie”. E’ stato un crescendo. Sono loro che hanno voluto chiamare la mia casa la “Casa do Menor”. Ecco il perché: “Noi non abbiamo casa, non abbiamo amore, non abbiamo famiglia, non abbiamo affetto, e perché siamo piccoli di età, ma siamo  anche “de menor”. In Brasile, “menor”  significa disprezzato, che non si vale niente. Dicevano:  “Noi non valiamo niente, noi puzziamo, noi rubiamo, noi usiamo droga”. Una ragazzina mi diceva: “Lasciami dormire in quel cantuccio!”. “Ma là dorme il cane!”. “Ma io sono un cane!”

Io dico sempre che la “Casa do Menor”  è nata perché i figli del Brasile e del mondo non si sentissero cani, ma figli amati da Dio. Noi abbiamo sentito il grido loro, il grido certo è per fame, è per scuola, è per professione, per lavoro, per casa. Ma il grido più forte  è il grido per la presenza di qualcuno che li faccia sentire figli. Questi bambini, questi ragazzi non hanno presenza, non hanno la presenza di papà e di mamma, non hanno presenza di famiglia, non hanno presenza di comunità.

Alla notte i bambini di strada dormono in posizione fetale, perché vogliono tornare all’utero, hanno bisogno di questo utero che li accolga,   l’utero materno, l’utero  famiglia, comunità, l’utero quartiere,  l’utero Chiesa, l’utero Dio. Hanno bisogno di questo. Noi abbiamo sentito che il grido maggiore era il grido per essere figlio. Io dico che la grande tragedia non è essere poveri,  è non essere figli. Non essere figli vuol dire che nessuno mi ama e questa è la più grande violenza che facciamo a questi ragazzi.

Noi oggi stiamo vedendo un’escalation della violenza che spaventa tutta la nostra società. E noi alla loro violenza  rispondiamo con più violenza e facciamo di loro dei mostri arrabbiati che uccidono a tutto spiano.

Perché oggi i ragazzi sono così violenti?
Perché non abbiamo capito che siamo noi che generiamo questa violenza, perché loro ci danno quello che noi abbiamo dato a loro. Non si capisce che la violenza loro è il grido perché vogliono essere amati, vogliono esistere, dicono: ecco voi mi negate e io ti aggredisco. Io dico sempre che sono violenti, perché non amati. La droga si inserisce in questo.

Questi ragazzi, inconsciamente, vogliono morire e entrano nel narcotraffico. Chi non è amato vuole distruggersi e distruggere. Per questo molti entrano nel narcotraffico perché vogliono buttare via la rabbia che hanno. L’altro ieri ho trovato un ragazzino che mi ha detto:  “Con 10 anni  sono entrato nel narcotraffico, perché la polizia ha ammazzato il mio papà davanti a me ed io ho detto: vado là per uccidere il poliziotto”. Adesso ha 16 anni, da quando ne aveva 14 è diventato il capo. E mi diceva che loro uccidono, con 10 anni quando lui è entrato lo hanno fatto uccidere la prima persona. Gli hanno detto: “guarda qui tutti già hanno ucciso (i tuoi amici), tu mostra che sei un uomo, mostra che sei capace di uccidere”. Lui mi ha detto che, dopo aver ucciso il primo si è sentito molto male, ma poi ne ha uccisi altri, e non gli ha più fatto effetto, “perché uccidiamo usando droga” e mi diceva che prima di venire da me, aveva ucciso un altro ragazzo di 10 anni. Ora è là con noi.

Sono ragazzi che sono cresciuti già in questa maniera: i contro-valori sono valori, uccidere è un valore, rubare è un valore. Poi è diventato capo, si sentiva importante diceva: “A 14 anni comandavo degli uomini di 30 anni. Loro avevano rabbia di me, ma io mi sentivo forte, io ero ragazzino, ma avevo molti soldi. Poi ho nascosto un carico grande di cocaina che costava 12.000 reali  e qualcuno di loro me l’ha portata via. Allora io dovuto dire al capo del traffico, loro dicono “o chefe do morro”, il capo della favela, ed io avevo 12.000 reali, ma ora non ce li ho più, ho guadagnato molti soldi, ma io ho perso tutto. Allora ho dovuto fuggire, perché adesso vogliono uccidermi”.

Questi ragazzi che vanno là per essere qualcuno,  finiscono usati per uccidere, per rubare, perché  loro vanno a rubare per poter comprare la droga, per il capo, per dare i soldi. E poi finiscono uccisi, quindi è una cosa molto drammatica, molto dura.

Allora noi dobbiamo  aiutarli, proprio quelli che sono nel giro della droga. Escono solo se incontrano una vita che non è una droga.  Noi abbiamo scoperto questa chiave:  loro hanno un buco nel cuore, perché non sono figli amati e allora bisogna che facciano questa esperienza: l’amore è l’utero. Dio li ama sempre, ma  loro arrivano a capire, a sentire l’amore di Dio se noi li amiamo.

Sono 30 anni che lavoro in questo, e sono 39 anni che vivo nelle periferie, sempre tra i non amati anche se non erano solo i ragazzi di strada. Io vedo che quando loro incominciano a sentirsi amati incominciano ad amare. Io dico loro:  “Il tuo motore va a benzina-amore.  Non ti hanno messo benzina papà e mamma, mettila tu adesso. Se la mette tu, se ti lanci ad amare tu, vedi che incominci a funzionare, perché tu funzioni a benzina-amore”. E noi cerchiamo di fare questo, di aiutarli attraverso l’arte di amare. Noi li aiutiamo, li alleniamo ad amare, e questo  tutti i giorni.

Che cos’è l’arte d’amare?
É un allenamento ad amare. Amare non è facile. Nessuno insegna ad amare. Ai nostri ragazzi nessuno dice come si fa ad essere felici . Il Papa diceva che la società dà molte occasioni di piacere, ma non dà la felicità. Si è felici se noi amiamo. Però l’essere umano è egoista, io vedo che il grande problema per esempio non è la droga, è l’egoismo. Perché la persona egoista che vive per sé, non sarà mai felice. Allora quest’arte di amare è un allenamento che noi facciamo a partire da un dado che Chiara Lubich ha dato, soprattutto ai ragazzi, riassumendo il vangelo; ha messo in pillola il vangelo, sfaccettandolo in sei facce. E quando i ragazzi incominciano a vivere questo, cambiano e loro sentono nascere una vita nuova. Questa dimensione è essenziale, altrimenti non c’è cambiamento.

Loro hanno bisogno di visibilità, hanno bisogno di protagonismo, hanno bisogno di appartenenza. Io adesso vado a Rio, loro faranno un circo stasera, ragazzi che danzano che  evangelizzano con la danza. Nel “forti senza violenza del Gen Rosso”, loro hanno animato le danze, hanno avuto visibilità, si sono sentiti importanti, cosa che cercano nel narcotraffico. Vanno nel narcotraffico e sono pronti a dar la vita, perché vogliono essere visti e appartenere a qualcuno, uccidono e sono uccisi. Allora noi diciamo “bisogna fare tutto questo lavoro di ristrutturazione,  di ricostruzione della loro persona. Ma poi bisogna dare  la professionalizzazione. Loro hanno bisogno di futuro. E allora la professione  è una alternativa reale al narcotraffico. E allora noi da molti anni facciamo professionalizzazione. Fare l’esperienza di essere amati, imparare ad amare e avere prospettive reali di lavoro e di futuro, sono parti determinanti del loro riscatto. Quando incontrano l’utero Dio Amore, attraverso i nostro amore, inizia il processo di recupero.

Noi non possiamo dire che tutti sono salvi e salvati. Io dico sempre che io non sono chiamato a salvarli, io sono chiamato ad amarli. Io non sono chiamato a cambiarli, io non ce  la faccio a fare questo, io sono chiamato, noi siamo chiamati ad amarli come sono e poi loro  dovranno dare una risposta. E poi c’è tutta l’azione di Dio. Abbiamo il dolore dei ragazzi che tornano a casa o sono uccisi, o  il mondo di nuovo li ingoia. Però abbiamo risultati, molti…  Abbiamo già raggiunto oltre 60 mila persone.

Tante volte non  sappiamo dove loro vanno, perché si disperdono, ma molte volte mi vengono a salutare e dicono “non mi riconosce più?”. E dicono la gioia: quello che ci hai insegnato, anche se al momento non lo accettavamo, è quello che adesso ci guida anche come papà e mamme di famiglia. Una cosa bella è che ci sono dei ragazzi  che,  recuperati dall’amore,  adesso  vogliono donare la vita per gli altri: abbiamo una famiglia di consacrati, ragazzi che, una volta erano abbandonati,  adesso vogliono diventare padri degli abbandonati. Questo è un piccolo segno, ma un segno che dice che questo è il cammino. Questa comunità si chiama Familia Vida: essere famiglia tra noi per dare amore di famiglia a chi non è amato da nessuno.

E noi vediamo che dobbiamo aiutare i ragazzi in questa società pazza, ingannatrice,  che semina illusioni. E dobbiamo far toccare loro la fonte della felicità. E la fonte della felicità sta dentro di noi, non è fuori, le carenze non le risolviamo fuori con le cose e le persone. Io dico sempre che una carenza è come un sacco senza fondo, tu metti dentro… ed è sempre vuoto. Allora la carenza la si risolve, non a partire ecco, “ho bisogno di questa cosa”, “ho bisogno di questa persona”, attaccamenti di questo tipo, perché questi passano. La carenza è il grido, perché io voglio essere, un grido per qualcosa che io non sono riuscito ad essere, che in fondo è un grido per l’assoluto, in fondo è un grido per l’amore. Allora se io amo, io mi realizzo, perché io sono un motore che va a benzina-amore e se non ho benzina-amore non funziono.  I ragazzi oggi sono esclusi dall’amore. Noi  vediamo molto mali, la società è molto cattiva,  crudele. Li ammazzano, li torturano, li attaccano a dei pali della luce..

Dove e come accade questo?
Si, ma adesso nelle città è diventato di moda. A Rio, a San Paolo, prendono il ragazzo che ha rubato la bicicletta o il cellulare, lo attaccano al palo, incominciano a picchiarlo. Se non arriva la polizia lo fanno fuori. Noi vogliamo mettere in prigione questi ragazzi, diciamo che  sono dei banditi e che devono essere messi in prigione.  Adesso si vuole ridurre l’età da 18 a 14, a 15, a 16 anni. Ma vediamo che il carcere, la violenza non risolve il loro problema, perché su gente già tanto violentata noi facciamo violenza.

Adesso c’è il crack, loro entrano in questa roba. Il crack crea una dipendenza immediata, uccide poco per volta. E noi sentiamo ci sentiamo impotenti. Io sento un’attrattiva per questi: è Gesú, queste sono le piaghe di Gesú in croce, questo è Gesú che vive l’abbandono. Allora noi a Gesú nell’abbandono dobbiamo dare il risorto, dobbiamo dare la presenza di Gesú. Io sto facendo questa esperienza nella cracolandia a Rio, dove la polizia adesso sta scacciando tutti perché vuole fare  pulizia  per la Coppa, stanno occupando tutte le favelas. Stanno cacciando anche la cracolandia.

Io sono là con loro. Non possiamo fare tante cose, però sentiamo che hanno fame di presenza, non solo  i bambini anche  gli adulti. La fame di presenza è una fame enorme, e io sento che dobbiamo andare lá, per portare con la nostra presenza, la presenza di qualcuno che è più di noi, che è Gesú. E come loro sono toccati!

Domenica andrò a celebrare la messa di Pasqua per loro là e dico a Gesù “Tu sei qui adesso lavora tu, io non sono capace di lavorare. Abbiamo fatto una vigilia con la messa e poi l’adorazione, ho portato il Santissimo. E’ stato bellissimo sentire che dobbiamo portare Gesù in questa realtà, ma lui c’è già, perché nel dolore c’è  Lui. Queste cracolandia sono gravide di Dio, però dobbiamo portare Gesù perché lui possa agire in queste persone. La sera abbiamo fatto la vigilia e 5 persone mi hanno chiesto di uscire dal giro. Vedi che proprio se tu permetti a Gesù di vivere, lui agisce, ma lui agisce non come la polizia che li tira fuori mandandoli in carcere o in un riformatorio,  obbligandoli a uscire, ma lui tocca dentro e la persona toccata di dentro dice poi io voglio uscire di qua.

L’amore che si fa gesto concreto questo riscatta, trasforma e funziona, non il carcere o la morte.


Padre Renato Chiera

Grande successo per la rassegna dei cori parrocchiali a Villanova Mondovì!

aprile 4, 2016 by

Sabatofoto cori sera alla presenza di un numerosissimo pubblico, nella parrocchia di San Lorenzo a Villanova Mondovì, 12 cori parrocchiali hanno dato vita ad un coinvolgente concerto applauditissimo! Un doveroso grazie al parroco Don Franco, ai cori e a tutti i presenti per la generosità dimostrata verso i meninos de Rua di Don renato Chiera che ci ha permesso di raccogliere ben 1700 euro, consegnati direttamente a Donatella, responsabile della Casa do Menor di Cuneo, presente alla manifestazione.

Missione Sorriso

 

Buona Pasqua da Padre Renato Chiera

marzo 24, 2016 by

Carissimi amici,

colomba pasqualel’umanità e il Brasile stanno passando momenti e situazioni difficili di crisi politica, sociale, economica, religiosa e in particolare morale, dove il denaro, il potere si impongono e dove a questi nuovi dei si sacrifica tutto. La violenza, l’intolleranza e la corruzione ci spaventano.

La situazione di bambini e adolescenti esclusi si aggrava sempre di più e i bambini si rifugiano nella droga e nel narcotraffico, nella criminalità e nella violenza: sono usati, e poi buttati e assassinati.

Il Governo e anche la società abbandonano sempre di più i figli del Brasile non amati: si chiudono le case di accoglienza e recupero, per mancanza di fondi e si aprono prigioni più care; si investe in più polizia e repressione, ma aumenta la violenza ogni giorno. Non si crede più che l’amore recupera. La Casa do Menor crede che tutti gli esseri umani possono cambiare, se amati e accolti.

Perdersi d’animo? Abbandonare il nostro patto con questi piccoli?

Da trent’anni come Casa do Menor lottiamo per riscattare e salvare vite di bambini senza sorriso e futuro, dando loro amore e opportunità e, con il tuo fedele aiuto, abbiamo accolto in tutti questi lunghi anni più di 100 mila bambini, adolescenti e giovani, e abbiamo dato professione e futuro a oltre 50 mila. Grazie a Dio e a ognuno di voi. Per favore, non abbandonateci.

logo_Giubileo_Misericordia-Grande2Gesù è morto e sembrava che tutto fosse finito e che l’odio e il male fossero più forti dell’amore e del bene. Ma Gesù è resuscitato e ha vinto. “Non abbiate paura, io ho vinto il mondo”, ci ripete. Lui trasforma il negativo e il dolore in vita. Gesù è resuscitato in ogni bambino che tu hai accompagnato con il tuo amore concreto in questi anni. Gesù vuole resuscitare anche in tanti altri bambini sofferenti e in attesa del tuo aiuto.

Solo così sarà Pasqua tutti i giorni e tu sarai felice per aver amato e aver fatto il mondo e il Brasile un poco migliori.

Il mondo cambia, se io e te cambiamo, con piccoli e grandi gesti di amore. Così accade a Pasqua e possiamo sognare e avere ancora speranza, nonostante tutto. Solo l’amore trasforma. Solo la bontà disarma. Il bene fa bene. Il nome di Dio è misericordia.

Buona Pasqua a te e alla tua famiglia e comunità, il Cristo resuscitato vi resusciti e vi benedica.

 

Pe. Renato Chiera

Padre Renato scrive dal Brasile

marzo 21, 2016 by
Tratto da Editoriale – Dalla Strada alla Vita – Pasqua 2016

Cari amici,

ritorna la Pasqua con l’annuncio dell’angelo di cui abbiamo tanto bisogno: “Non cercate tra i morti colui che è vivo. È risorto, non è qui. La vita ha vinto”.

Perché Gesù è risorto? Come si può risorgere?

È risorto, perché prima è morto, cioè ha dato tutto, ha perso tutto, ha condiviso tutto, si è fatto solo dono. Ha rischiato grosso. Qui il segreto che dobbiamo riscoprire. Passiamo da morte a vita quando amiamo, quando ci apriamo agli altri e rischiamo tutto.

La paura ci uccide.

Paura del terrorismo, che puó colpire dovunque e senza possibilità oggettiva di difenderci. Le armi e le guerre non risolvono questo problema, lo aumentano. Non vanno alla causa. Paura dell’intolleranza religiosa, dove religione non è cammino per amare e accogliere il diverso, ma per eliminare chi non la pensa come noi. Paura delle migrazioni di popoli che fuggono dalla disperazione e da guerre, costruite e aiutate anche da noi, per avidità e ricerca di ricchezza.

Photo credit CSABA SEGESVARI/AFP

Photo credit CSABA SEGESVARI/AFP

E così, ci chiudiamo a riccio e non riusciamo a risorgere. Non riusciamo a fare Pasqua, non passiamo da morte a vita, dalla paura alla speranza. E diventiamo sempre più depressi, anche se ancora giovani.

Esistono soluzione e speranza?

La Pasqua ci indica un cammino lungo, ma il solo efficace. Le armi e le guerre non fermano rabbie, frustrazioni personali e di popoli sfruttati, oppressi per troppo tempo. Passiamo da morte a vita se amiamo, se condividiamo senza paura. Il rischio? Morire a se stessi e a egoismi collettivi, fare il salto è sempre un rischio. Ma dobbiamo correrlo insieme come popoli. Dobbiamo capire qual è il malessere della nostra società e quale il malessere di questi giovani. Diventano terroristi perché solo là, nel terrorismo, hanno spazio, sono accolti e possono gridare la loro rabbia anche se in forme irrazionali e folli.

Il Papa ogni giorno ci avvisa che questo tipo di società deve cambiare.

L’esclusione affettiva e sociale è il terreno propizio.

Molti ragazzi e giovani brasiliani, con famiglie spezzate, non riescono a inserirsi nel miracolo economico brasiliano. Una società che promette: benessere, piacere e potere per tutti, ma che esclude di fatto masse sempre maggiori. Sono facile esca di persone senza scrupoli, che li usano per il narcotraffico, la droga, la prostituzione e la malavita.  In Brasile sono nella maggioranza ragazzi giovanissimi, sedotti, usati, che poi muoiono senza sapere per chi e perché. Sono realtà molto simili di esclusione affettiva e sociale, dove trova spazio il terrorismo e il mondo del narcotraffico che in tutto il Brasile sacrifica ogni giorno più di 80 ragazzi e giovani e uccide più di 60 mila vite ogni anno. Vero genocidio, davanti a cui la società assiste in silenzio, come si fa in Europa, quasi passiva davanti all’ecatombe di vite che sono inghottite dalle onde del mare.

È un nuovo martirio patito da persone che tutti consideriamo banditi e delinquenti, ma sono di fatto vittime di una realtà economica e sociale che condanna alla marginalità. Da trent’anni lavoriamo con queste fasce di ragazzi e giovani.

Questi ragazzi pericolosi, che fin da piccoli fanno i banditi,  sono recuperabili: Lazzaro che puzza e in cui nessuno più crede, può risorgere e uscire dal tumulo. La Casa do Menor mostra che è possibile. Circa 100 mila ragazzi e giovani raggiunti e accolti e aiutati in varie maniere, più di 50 mila con una professione, molti con lavoro degno. Non è facile, ma è possibile: bisogna dare la vita per loro ogni giorno, non giudicare, farli sentire figli amati, offrire famiglia e dare possibilità e alternative reali, coltivare i loro sogni, offrendo valori e referenze credibili.

La risurrezione è possibile, ma pochi anche qui ci credono.

I governi chiudono case di recupero e aprono prigioni. Ma noi siamo persistenti nella speranza. Noi ci crediamo con voi: da molti anni ci aiutate a fare risorgere e risorgete anche voi, felici di poter amare, essere utili. L’Europa può risorgere. Ancora possiamo avere speranza. Bisogna, però, morire a egoismi personali e sociali, rinunciare a un consumismo eccessivo, adottando uno stile di vita più semplice e credere che la condivisione, la fraternità universale e la comunione risolvono.

Casa do Menor

Vi invitiamo a venirci a trovare il 12 ottobre per celebrare insieme la speranza e la realtà della risurrezione vissuta in questi 30 anni di lotta, di vita e di morte e di riscatto di tanti figli del Brasile non amati.

A voi che in questi lunghi anni ci avete aiutato e continuerete, di cuore auguriamo Buona Pasqua, lottando per fare avvenire nell’oggi della storia la risurrezione personale e sociale.

La speranza non muore ed è Pasqua ogni giorno.

Padre Renato Chiera

10 anni creando alternative di vita a Rosa dos Ventos

febbraio 25, 2016 by

A gennaio 2006 nasceva il centro di Casa do Menor nella comunità di Rosa dos Ventos, a pochi chilometri da Nova Iguaçu, nella Baixada Fluminense. Queste comunità nella periferia della metropoli di Rio de Janeiro sono aree molto violente, scarsamente servite dalle politiche sociali. Le famiglie qui vivono in condizioni di emarginazione, ma negli ultimi dieci anni, Casa do Menor ha potuto offrire loro una via d’uscita dal circolo vizioso della miseria e della violenza, generando possibilità concrete di costruirsi un futuro migliore.

Rosa dos Ventos 0

Quando, dieci anni fa, fu chiesto alla Casa do Menor di entrare nel bel lavoro che una signora tedesca, Dona Johanna, stava realizzando a Rosa dos Ventos, non si sarebbe pensato di arrivare a ottenere i grandi risultati che quest’opera di Dio ha conseguito.

Dona Johanna lavorava nella comunità da vent’anni, era conosciuta da tutti ma era ormai anziana e malata. Non riusciva più a dedicarsi al duro lavoro di gestire un centro per portare nuova vita ai più bisognosi. L’istituzione stava attraversando serie difficoltà finanziarie, era difficile pensare ad un futuro in quelle condizioni. La Casa do Menor fu quindi chiamata ad assumersi questo lavoro. La comunità, già esclusa dagli aiuti e servizi governativi, non poteva essere abbandonata.

In questi dieci anni la Casa do Menor ha seguito 1500 famiglie nell’asilo, dato una qualificazione professionale a 1050 giovani, senza contare l’accompagnamento offerto dai settori di psicologia, fonoaudiologia, servizi sociali.

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Sviluppare un lavoro sociale in Brasile è un susseguirsi di sfide, una volta riusciti a integrarsi nella comunità ed ottenere la collaborazione e sostegno degli abitanti, è stato necessario superare difficoltà dovute ai tagli delle politiche sociali, alla burocrazia e morosità della macchina amministrativa, impegnandosi ogni giorno a trovare soluzioni per dare continuità ad un lavoro tanto importante. Festeggiamo grandi risultati con il desiderio di poter realizzare altrettanti anni di lavoro in questa comunità!

Per sostenere questo lavoro: http://www.casadomenor.org/it-it/cosapuoifare.aspx

DEAR CHILD

novembre 12, 2015 by

La Casa do Menor in questi giorni è stata piacevolmente invasa da un cast di attori internazionali, guidati dal regista Luca Ammendola, per girare un film con il titolo “Dear Child” (Caro bambino).

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L’idea è nata da varie visite del nostro amico regista alla Casa do Menor in Brasile, che lo ha ispirato sul problema dell’assenza di papà, di famiglia e di amore per tanti figli. Ha colto questo grido. La più grande tragedia non è essere poveri, è non essere figli, diciamo noi da sempre.

Il regista vuole affrontare questa tematica sulla mancanza di famiglia, e soprattutto di papà, per tanti figli del Brasile e del mondo.
Qui sta la radice profonda di molti problemi di ragazzi e giovani: violenti perché non amati. 12197531_1206899345993807_1529861331_oDrogati perché carenti… cercando la felicità. Dietro un giovane dedito alla droga, violento o piccolo criminale esiste un abbandono o un rigetto.

Luca Ammendola, giovane regista, ha colto questa realtà, e il messaggio e il contributo che Casa do Menor può dare al mondo.
I nostri ragazzi sono così diventati attori, realizzando un film nel film: raccontano le loro storie di abbandono, di droga, di narcotraffico, di micro criminalità. Il superamento avviene solo grazie all’amore della famiglia incontrata a Casa do Menor e alle opportunità che vengono loro offerte.

A luz chegou …Cantano i nostri ragazzi… Una luce è arrivata.
Questa piccola luce, accesa 30 anni fa dalla Casa do Menor, si diffonde per aiutare la nostra umanità materialista a capire che manca amore e che i figli vogliono solo un papà e una mamma che siano Presenza.
Vogliono famiglia, prodotto sempre più raro…

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Parlano del film anche sui giornali brasiliani.

La Cena di Solidarietà riconferma il suo successo

novembre 11, 2015 by

Sabato 10 ottobre 2015 è stato confermato, con questa quarta edizione, il grande successo della Cena di Solidarietà per i meninos de rua. La novità di quest’anno, ideata dal gruppo giovani, si è concretizzata nell’“Aperibrasil”, una sorprendente apericena con cibo, testimonianze, musica e tanto divertimento!

Il ricavato della serata pari a 13.500 euro servirà per il sostentamento (tre mesi circa) di Casa do Menor Fortaleza, dove oltre dieci anni fa abbiamo aperto il Villaggio del Bambino. Si trova all’interno del CEU (Condominio Espiritual Uirapuru), un grande complesso che ospita varie associazioni. Ciascuna lavora contro problematiche differenti: recupero dalla tossicodipendenza, vittime di violenza e sfruttamento sessuale minorile, malattia dell’AIDS e simili.

I meninos di Casa Do Menor Fortaleza vivono, a seconda dell’età, in una delle quattro case predisposte per loro. Si alternano attività per ogni singola casa a momenti conviviali. I loro passati sono segnati dall’assenza di genitori per decesso, negligenza oppure per tossicodipendenza. Alcuni di loro sviluppano una dipendenza dalla droga appena nati e necessitano di cure e di affetto, altri hanno subito minacce di morte, hanno dovuto uccidere per sopravvivere, scappare, vivere per strada, lottare per un pezzo di pane. Casa do Menor permette loro di vivere in famiglia, di ricevere l’amore e l’educazione di cui hanno bisogno, così come l’istruzione, fondamentale per il futuro dei ragazzi. Per questa ragione, nel Villaggio del Bambino, attiviamo ogni anno anche dei corsi professionali per i giovani accolti nelle case e abitanti della comunità adiacente.

La riuscita della serata è stata possibile grazie a un ottimo lavoro di squadra, con la Proloco Carrù e quaranta volontari del Gruppo Giovani presenti all’evento, e la generosità di innumerevoli sponsor da tutta Italia.

Un grazie speciale ai ristoratori che ci hanno ospitato e a tutti coloro che in qualche modo ci hanno aiutato nell’organizzazione della serata.

Grazie ancora a tutti voi che avete partecipato!

La solidarietà viaggia su quattro ruote

ottobre 22, 2015 by

In diversi ambiti ci troviamo in difficoltà, a causa dell´abbandono del governo, di tutti i governi. Mentre sono qui a Fortaleza ho saputo che siamo stati derubati di un kombi, l’unico che avevamo a Miguel Couto e che serviva per i bambini portatori di handicap, per i ragazzi tossicodipendenti, per gli psicologi e i tecnici della casa di Tinguá. Il furto é avvenuto durante la mattinata di fronte alla sede di Casa do Menor. Il ladro ha avuto il coraggio di far scendere tutti i bambini dal mezzo, nonostante i loro handicap gravi.

Cosa significa questo atto? Rubare a qualcuno che ha così bisogno, rubare a qualcuno che cerca il modo di migliorare e salvare vite. Alcuni di voi potranno dire che sia divertente: “Vedi, Padre? Tu lavori con queste persone, ma loro non si interessano, non ne vale la pena”. In molti avrete avuto una reazione di rabbia, però poi ho pensato: “Noi lavoriamo per riscattare vite come questa, lavoriamo perché bambini e adolescenti non diventino, in futuro, dei ladri, assassini, stupratori o tossicodipendenti”. Per questo la mia rabbia si é trasformata in perdono, in pena. Un uomo che assalta e ruba un Kombi, che serve a ragazzi che potrebbero essere suoi figli, é una persona che merita compassione e perdono, per questo noi vogliamo perdonare chi ha fatto questo. Vorremmo, peró, anche collaborare perchè il Brasile possa superare questa realtá. Io penso che questo padre, – sì, penso che fosse un padre di famiglia- forse era disperato, disoccupato o tossicodipendente, e per questo ha agito in quel modo.

Noi vorremmo che lui sentisse il nostro appello, che potesse ridarci il kombi perché lui lo venderebbe a poco, mentre noi l’abbiamo acquistato con molto sacrificio. Io vorrei che pensasse che ha rubato a ragazzi che potrebbero essere figli suoi. Il nostro Brasile é molto violento. Di recente, ho parlato con il segretario della sicurezza pubblica, il quale mi ha detto che polizia non significa sicurezza, che la polizia non puó risolvere tutto. Lui sostiene che dovremmo investire nel sociale, nell’educazione, nella formazione. Ed é quello che stiamo facendo a Casa do Menor.

Mentre esprimo la mia indignazione e tristezza per quello che é successo, con tutta la Casa do Menor, vogliamo perdonare chi ha fatto questo gesto e vorrei stendere la mano per questa persona, se ha davvero bisogno. Non é rubando un Kombi di bambini portatori di handicap che risolve i suoi problemi. Io vorrei dirgli di venire da noi e chiedere aiuto, e noi faremo il possibile per aiutarlo.

Io vorrei dire agli amici che ci ascoltano, se potessero aiutarci a superare questo momento difficile. Noi abbiamo bisogno di un mezzo di trasporto perché i nostri ragazzi tutti i giorni devono essere accompagnati dal medico, dagli psicologi, dallo psichiatra, hanno sovente incontri con persone che aiutano nel percorso di recupero.

Mando un mio abbraccio a tutti voi. Qui in Fortaleza stiamo andando molto in strada, anche qui c’è molta violenza, molta esclusione, molta droga, molti omicidi. Quando finirá tutto questo? Amici, non dobbiamo solo lamentarci, non dobbiamo solo gridare contro le tenebre, dobbiamo accendere una luce. La Casa do Menor, che é giá stata derubata molte volte, io che personalmente sono stato derubato molte e molte volte, continuiamo a credere che il mondo puó cambiare, anche questo povero ladro che ha sottratto il kombi a Casa do Menor.

Un grande abbraccio.

Padre Renato Chiera

CampanhaSprinter-Italiano

Riscopriamo insieme il valore della vita

ottobre 1, 2015 by

Tratto da editoriale “Dalla strada alla vita” – settembre 2015

RISCOPRIAMO INSIEME IL VALORE DELLA VITA: ACCOGLIERE, NON RACCOGLIERE
Cari amici vicini e lontani, da anni vivete con noi una splendida avventura di riscatto di vite. Mai come oggi l’umanità ha bisogno di riscoprire il valore della vita e soprattutto della vita di bambini che sono condannati a morire prima di aver iniziato a vivere. Seguiamo anche noi con trepidazione quello che succede in Europa: un dramma umanitario senza precedenti. Non dobbiamo avere paura di accogliere chi sta peggio di noi anche se abbiamo molti problemi. La solidarietà non ci renderà mai più poveri, ma ci farà più felici.Cracolandia Manguinho
Ero straniero e mi hai accolto!” L’Europa cristiana deve far risorgere dalla cenere le vere radici cristiane. “Lo avete fatte a me!”. Ho accolto con gioia immensa l’invito forte del Papa perché ogni parrocchia, monastero o santuario, ospiti una famiglia di profughi. Spero che la Chiesa Cattolica risponda a questo appello, se vuole ancora dirsi cristiana.

La crisi mondiale è crisi di solidarietà e per questo l’economia è in peggioramento. Voi in Europa avete i profughi che bussano alle vostre porte; noi in Brasile e nelle periferie del mondo abbiamo masse di esclusi sempre più esclusi che lasciamo morire, non nel mar Mediterraneo, ma nelle cracolandia e nelle strade buie delle grandi metropoli.
Il Brasile vive una crisi morale, politica, economica che io non ho mai visto. Anche qui abbiamo la tentazione di chiuderci, di non accogliere e di eliminare coloro che ci disturbano, apparentemente abbiamo molti motivi. Stiamo abbandonando quelli che più faticano a vivere. Stiamo abbandonando il futuro del Paese che sono i bambini e i ragazzi. Chiudiamo case di accoglienza mentre costruiscono prigioni, credendo così di vincere la violenza in continuo aumento insieme all’uso della droga e del crack. Vi confesso che ho momenti di sconforto e tentazioni di abbandonare la barca, tutto sembra inutile e ci sembra di remare controcorrente. rio_1772051cDa tutte le parti si invoca la polizia come soluzione alla violenza. Sembra un paese in guerra: poliziotti e armi da tutte le parti, ma la violenza è in continuo aumento. Polizia non significa sicurezza pubblica. Per avere un paese in pace, bisogna attingere alle cause profonde degli squilibri sociali ed economici. Ci vuole più amore, più famiglia, più valori, più scuole, più educazione, più possibilità di imparare professioni e di inserirsi degnamente nella società. È questo che noi cerchiamo di fare da 29 anni e non vogliamo smettere. Vivere amando, essendo dono nel momento presente, per chi mi passa accanto e non aspettarmi niente. Niente è piccolo se fatto per e con amore.

IN CRISI, MA IN CRESCITA
È proprio vero però, che crisi non significa fallimento, retrocessione, ma opportunità per crescere e per inventare il nuovo. Gesù ce lo diceva già 2000 anni fa: “Il chicco di grano che muore dà frutto”. Noi in questi ultimi anni di crisi lo stiamo sperimentando. Da una parte tanto dolore e spesso siamo con il fiato sospeso. Questa settimana ci hanno anche rubato il pulmino con il quale trasportiamo i ragazzi portatori di handicap, per andare dai medici e nei centri psicosociali. Vediamo, però, con sorpresa e con gioia che si aprono cammini nuovi, mai pensati prima.
La gente solidarizza con noi e al nostro appello di aiuto i poveri stanno muovendosi. Piccoli gruppi o comunità inventano maniere per aiutarci.

Donazioni

Donazione di generi alimentari da parte di una famiglia della comunità.

ALLARGA LO SPAZIO DELLA TUA TENDA
È il profeta Isaia che ci invita a fare questo. Se non cresciamo ci atrofizziamo. Io continuo a sognare di occupare altri spazi. Ho sempre avuto fretta perché la vita ha fretta e non può aspettare. Dal Brasile ci arrivano inviti e grida di aiuto. I ragazzi, soprattutto adolescenti che fanno uso di droga, non hanno nessuno che voglia dedicarsi a loro. Per questo li uccidiamo o li imprigioniamo. Dall’Africa continuano ad arrivare sollecitazioni di aiuto. Mi direte: “Calma sii prudente”. C’è una prudenza che significa rassegnazione e omissione e questa non mi piace. Siamo fatti per l’infinito, per andare oltre, sempre di più, fino al paradiso.
Sembra che l’Italia stia un po’ meglio, ne siamo contenti, starete ancora meglio se aprirete il cuore. Dio vi benedirà e moltiplicherà tutto.
Un abbraccio grande come il Brasile.

Padre Renato Chiera

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